Pornografia per non-umani





Non so se un articolo del genere potrebbe piacere più ai wiccani od ai cabalisti, ma bisogna riconoscere che Jonathon Keats ha un'incredibile fantasia!


Quello che vuole fare è convincere l'Eterno a dar vita ad ulteriori universi; ma come si può arrapare Dio?


Costruendo un tempio in cui, oltre ai classici strumenti di culto, si vedono sullo schermo di un Mac le immagini delle particelle elementari che si in/scontrano nell'LHC di Ginevra (http://lhc.web.cern.ch/lhc/).


Se non siamo infatti in grado di riprodurre il Big Bang, l'(intra)divino amplesso primordiale che diede origine all'Universo, siamo però in grado di riprodurre gli istanti immediatamente successivi, quando la realtà non si era già divisa in mesoni e barioni, ma era ancora costituita da un "plasma di quark e gluoni" (http://it.wikipedia.org/wiki/Plasma_di_quark_e_gluoni), che conservava l'eco di quella cosmica unione e generazione; secondo Keats, riproporre all'Eterno quei momenti potrebbe convincerLo a concedere il bis od addirittura il sexies …


C'è da dire che Jonathon Keats ci ha già provato con la pornografia per non-umani – ha prodotto dei filmati di piante riprese al momento dell'impollinazione, e con quelli cerca di convincere le piante di New York a darci dentro (si vede che il sindaco Bloomberg non cura abbastanza il verde pubblico)!


Spero solo che non ci provi con la pornografia per gli autoveicoli:– a giudicare dalle statistiche, le auto vanno a sbattere già abbastanza spesso e volentieri da sole!


Per quanto riguarda i wiccani ed i cabalisti, i wiccani non li conosco, ma so che per i cabalisti l'Eterno ha una vita sessuale attraverso le vicende delle sue 10 "Sefirot"; il problema è che, rappresentando esse personaggi della medesima famiglia, gli incesti non mancano –e non ho notizia di cabalisti che abbiano esplorato la possibilità di rapporti lesbici e gay tra le sefirot del medesimo sesso!


In ogni caso, complimenti a chi, come Jonathon Keats, ha dimostrato di avere in queste cose più immaginazione di me!

Raffaele Ladu

Esiste l'eterofobia? (Forum di mercoledì 3 novembre 2010)

All'indomani delle esternazioni del Presidente del Consiglio italiano, che, come noto, ha affermato la superiorità del proprio discutibile stile di vita sull'omosessualità (maschile), si è tenuto presso il Centro Milk un dibattito, in programma da tempo ma singolarmente adatto alla giornata, su un concetto che raramente viene evocato : quello di eterofobia. Se interpretiamo le dinamiche della società alla luce del principio della fisica secondo il quale ad ogni azione corrisponde un'azione uguale e contraria, non faticheremo infatti a ravvisare, per esempio, tra alcuni neri, sentimenti analoghi a quelli provati dagli – ahinoi – numerosi xenofobi bianchi (nel nostro caso, "padani"), e, tra alcuni omosessuali, qualcosa di simile all'omofobia. Per comprendere meglio la natura di quest'ultima, abbiamo quindi ritenuto utile interrogarci sul fenomeno speculare, anche se indubbiamente assai meno pericoloso, di eterofobia. La questione non si risolve però qui, poiché, se del termine "omofobia" esiste una definizione più o meno condivisa, lo stesso non si può dire di "eterofobia", del quale abbiamo individuato almeno quattro possibili accezioni.

La prima concerne l'eterofobia come "paura del sesso opposto", una sorta di rifiuto risultante da un trauma, se non addirittura da una violenza, e in quanto tale potenzialmente più diffuso tra le donne che non tra gli uomini, e in particolare tra certe lesbiche, come hanno potuto confermare Rita e Luigia. Eterofobo è tuttavia – e passiamo qui alla seconda accezione del termine – anche il gay "terapeuta riparatore" che esclude a priori la possibilità che ad un uomo possano piacere le donne, negando così, implicitamente, l'esistenza stessa degli eterosessuali e relegandoli d'emblée, e in blocco, al rango di "omosessuali repressi". Si può leggere un ritratto (o piuttosto una caricatura, secondo Raffaele) di questo "tipo" umano, di cui i partecipanti al nostro forum non hanno escluso l'esistenza, nell' l'articolo seguente:http://dragor.blog.lastampa.it/journal_intime/2008/02/eterofobia-1.html.

Una ulteriore accezione di "eterofobia", la terza della nostra scaletta, può essere desunta dalle opinioni di medici psicologi vicini agli ambienti dell'integralismo cattolico, secondo i quali il concetto di "omofobia", oltre a non rinviare ad una patologia e tanto meno ad una "fobia" in senso proprio, viene usato come feticcio, e in malafede, dai militanti omosessuali per "colpevolizzare gli eterosessuali" – così il dott. Anatrella, autore della voce Omosessualità e omofobia, contenuta in Lexicon, Città del vaticano, LEV, 2003, di cui è possibile leggere degli stralci su http://www.siciliacristiana.eu/index.php?option=com_content&task=view&id=471&Itemid=174. Per quanto il termine non sia esplicitamente utilizzato in queste righe, è evidente la volontà di affermare l'esistenza, presso certi omosessuali "militanti" (quelli cioè che della propria condizione fanno un vanto) di una vera e propria eterofobia, intesa come tentativo di stigmatizzare i portatori di una sessualità "corretta".

Per concludere, abbiamo poi proposto di interpretare l'"eterofobia" come una forma di risentimento provata dall'omosessuale che si trovasse al cospetto di una coppia uomo/donna intenta a scambiarsi effusioni in pubblico, a compiere cioè un atto che per lui (o per lei) comporterebbe uno sforzo di gran lunga maggiore, se non dei rischi per la propria incolumità personale. È stata precisamente quest'ultima accezione a suscitare, più di tutte, l'interesse dei partecipanti. Sorvolando sulla componente dell'invidia, che non conosce identità di genere né orientamento sessuale, Zeno si è mostrato propenso a credere che dietro questa forma di eterofobia si celi, in realtà, dell'omofobia interiorizzata da parte di chi non si è davvero accettato fino in fondo e, pertanto, prova disagio di fronte alle manifestazioni di un'affettività "etero" (cioè "normale") che, suo malgrado, gli è irrimediabilmente preclusa. Fabrizio ha invece puntato il dito sulla tendenza di molti omosessuali, e segnatamente di molte coppie, ad autolimitarsi nell'espressione dei propri sentimenti : l'eterofobia, nell'accezione di cui ci stiamo occupando ora, non sarebbe altro che il riflesso di un timore radicato a mostrarsi per come si è alla luce del sole.

A fronte di una tale pluralità di significati, dovuta al fatto che il termine "eterofobia" non è ancora entrato nell'uso comune, riteniamo di poter adottare la definizione che Raffaele ha provato a dare del fenomeno, come sentimento proprio "di chi concepisce una società in cui gli etero o non sono ammessi (come le lesbiche ed i gay per l'omofobo) o sono relegati in fondo alla scala sociale (come le donne per il misogino". Con l'auspicio che le parole di Silvio Berlusconi non contribuiscano ad acuire tali sentimenti.


Daniele

Riflessioni sullo scrivere gay

F. Gnerre e G. P. Leonardi, Noi e gli altri. Riflessioni sullo scrivere gay, Milano, Il Dito e La Luna, 2007


Considerando la data di pubblicazione del volume, non più recentissimo, non intendiamo proporre in questa sede una vera e propria recensione quanto, per l'appunto, delle riflessioni sull'influenza che l'identità sessuale di un autore può esercitare sulla sua produzione letteraria e sul ruolo che ha svolto, e può ancora svolgere, una "letteratura gay". Sulla scia di un'analoga iniziativa di Giovanni Dall'Orto del 1987, Noi e gli altri raccoglie una serie di interviste a scrittori di varia nazionalità, ma in larga misura italiani e americani, accomunati dal fatto di essere omosessuali e di aver rappresentato l'omosessualità nelle loro opere. Proprio un raffronto tra la realtà italiana e quella americana costituisce il fil rouge di questa raccolta nonchè uno degli aspetti maggiormente sviluppati nell'Introduzione, che mette in luce come gli Stati Uniti, patria di Stonewall, abbiano conosciuto, nel corso degli anni '70, un vero e proprio sviluppo della "letteratura gay", anche militante, in particolare nella forma del coming out novel, mentre in Italia, terra del "patto" non scritto tra Stato e omosessuali, secondo i termini dello stesso Giovanni Dall'Orto, questo non sembra essere avvenuto. Nel nostro Paese sarà Pier Vittorio Tondelli, negli anni '80, l'autore di riferimento per quanto riguarda una rappresentazione "moderna" dell'omosessualità, che con lui diventa un tema letterario senza però che le si permetta di uscire dall'ambito della letteratura.

Un ostacolo allo sviluppo di una "letteratura gay" paragonabile a quella americana può essere stato dovuto, secondo Edmund White, ad un'"idea di universalità" (p. 146) propria dell'Europa in generale, in virtù della quale non esistono scrittori ebrei, neri o gay ma esclusivamente scrittori tout court, come se ulteriori specificazioni rappresentassero in qualche modo una sottrazione del valore letterario dell'autore stesso. Per cui, se dal punto di vista della ricezione persino i sostenitori di Proust persistono nel passare sotto silenzio l'omosessualità, seppur notoria, del loro autore, dal punto di vista della creazione è diffuso in molti scrittori il timore che la tematica gay possa precludere loro fasce di pubblico non prettamente LGBT. È quanto sostiene, per esempio, Marco Mancassola, che esprime il desiderio di stare, certo, "nello scaffale della letteratura gay" (p. 113), ma se possibile anche negli altri. A patto però, verrebbe da puntualizzare facendo riferimento, in questo caso, all'intervista a Ken Harvey, che non si cerchi di assecondare troppo il gusto del pubblico eterosessuale tramite rappresentazioni stereotipate, accentuando ad esempio "l'aspetto comico e un po' clownesco oppure relegando il gay nel ruolo del migliore amico" (p. 185). Matteo B. Bianchi, che con Generations of love del 1999 ha saputo trattare la tematica omosessuale con naturalezza riuscendo peraltro nella non facile impresa di raggiungere un pubblico di vaste dimensioni, evoca invece il rischio della "discriminazione al contrario", quella dell'autore gay costretto, paradossalmente, ad "occuparsi ogni volta di questioni gay" (p. 90), trovandosi così mutilato della propria libertà espressiva.

In autori appartenenti a generazioni precedenti si osserva invece un rifiuto non solo della "specializzazione" in letteratura, ma più in generale della "ghettizzazione" cui va incontro una comunità omosessuale organizzata : "noi omosessuali non saremo mai amati", sostiene Gian Piero Bona (p. 170), oramai ultraottantenne e fautore di un'idea di "omosessualità mitica" che molto ha a che fare con la filosofia antica e molto poco con quella "democrazia borghese" (ibid.) con cui il movimento si illude di poter dialogare. Non solo una vera comunicazione con la società dei "normali" è, per questi autori, impossibile, ma il rendersi identificabili come gruppo omogeneo non può che tradursi in una maggiore vulnerabilità di fronte agli attacchi dei nemici di turno. Le idee in materia di letteratura "gay" non possono quindi prescindere da una valutazione delle politiche messe in atto dal mondo LGBT.

Insieme al tema dell'universalità della scrittura, un altro nodo ricorre con frequenza, stavolta, nelle interviste agli autori americani, quello relativo ai rapporti tra la letteratura cosiddetta gay e i queer studies, tanto in voga nelle università statunitensi. Dalle risposte che sono state fornite, sembra di evincere che tali rapporti siano, se non inesistenti, quantomeno irrilevanti, nel senso che si tratta di due "mondi" che, pur nel reciproco rispetto, parlano linguaggi diversi e proprio per questo difficilmente entrano in comunicazione tra loro. Dal punto di vista di uno scrittore come David Leavitt sarebbe anzi un errore pensare di dedicarsi agli studi gay e lesbici prescindendo dalla lettura di grandi autori come Wilde o Forster, fondamentali per la comprensione della realtà e della storia LGBT (p. 178).

Dalla letteratura "gay" (scritta dai gay sui gay ma non esclusivamente per i gay), e dai romanzi in particolare, c'è senz'altro molto da imparare, e questo vale, beninteso, anche per gli etero. L'obiettivo che si prefigge un Alex Sanchez è infatti duplice : da un lato dare ai propri giovani lettori omosessuali "quella piccola spinta necessaria per affrontare il coming out" (p. 203), dall'altro aiutare i ragazzi etero "a comprendere cosa significa essere veramente omosessuali" (p. 205). Una funzione terapeutica è quella indicata da Gilberto Severini, secondo il quale la letteratura può "tentare (dico tentare) di medicare" l'infelicità di chi si scopre omosessuale (p. 118), grazie ai meccanismi dell'identificazione che si innescano, in generale, attraverso la lettura di opere letterarie di qualità, capaci di cogliere l'essenza stessa dell'umano, ma con maggiore facilità quando l'argomento tocca le corde più profonde della sensibilità di un gruppo minoritario poco avvezzo a sentir parlare di sè in termini non stereotipati.

Quali prospettive per il presente? Quale spazio può occupare e quale ruolo può svolgere la letteratura gay in un'epoca come la nostra, segnata, da un lato, dall'emergere di nuovi mezzi di comunicazione e, dall'altro, dalla chiusura, almeno in Italia, di numerose storiche librerie specializzate? Alla funzione educativa della letteratura, cui faceva riferimento Alex Sanchez, molti scrittori non hanno certo rinunciato : basti l'esempio del romanzo d'esordio di Gabriele Sannino, Non sono un alieno, che riprende con esiti piuttosto felici la formula vincente di Generations of love di Matteo B. Bianchi con intenti però più scopertamente didattici (pensiamo in particolare al passaggio dedicato al tema del gay pride). Sempre molto sentito sembra inoltre il bisogno di colmare un vuoto nella rappresentazione veritiera della vita delle minoranze sessuali, che troppe volte i media, e marcatamente la televisione, continuano a dipingere con i colori della caricatura. Così, un'autrice come Paola Guazzo riesce, nel suo romanzo sperimentale Un mito, a suo modo, in ciò che alla televisione è precluso, e cioè nel renderci partecipi, da dentro, delle dinamiche proprie all'universo lesbico, innovando peraltro notevolmente sul piano dell'espressione e svincolandosi dal modello inflazionato dell'autobiografia pura per ridare spazio, ma "a modo suo", al piacere della narrazione. Molte strade restano quindi da esplorare, e molto può e deve ancora essere fatto per cercare di resistere in questa nostra "democrazia borghese", se non per ambire ad agire su di essa, ed è quasi superfluo osservare che il grosso della partita, oramai, si giocherà in rete.


Daniele Speziari

NEL BOSCO DEGLI ELFI GAY

Si chiamano Faeries. Sono omosessuali radicali che vivono in comunità, lontano dai centri abitati, e sono profondamente antisistema. Usano il corpo e il sesso come strumento di conoscenza dell'altro

venerdì 15 ottobre 2010 , da L'Espresso

Il movimento nacque negli anni Settanta in America. E solo ora sta sbarcando in Europa. Italia compresa. Sono i novelli Pan, ninfi e ninfe dei tempi moderni. C'è Lopi, la bambola vivente che suona nel bosco. C'è Weasel che sfoggia il corno e indossa le pelli del piccolo mammifero da cui ha mutuato il nome. C'è Iunce di drappi vestita. E c'è la sirenetta lesbica in coppia con il mago barbuto, che emula le fattezze di Albus Silente, prodigioso preside di Harry Potter. Un agricoltore zappa la terra coperto solo dei suoi tatuaggi. Una Drag Queen ha sostituito il palcoscenico con una capanna di legno. Ecco i Faeries, "fatine del bosco" che invadono il terzo millennio snobbando caos, frenesie e reti telematiche. Con una particolarità: sono tutti omosessuali, questi spiritelli terreni. I moderni elfi gay, che nel gergo di oggi si chiamerebbero "queer", si sentono in qualche modo i discendenti spirituali delle streghe arse sui roghi negli anni bui del Medioevo: uomini e donne che hanno scelto di allontanarsi dal quotidiano ed erigere un santuario sull'altare della natura. Vivono insieme, lontano dalla società organizzata, rifiutano la cultura metropolitana dell'omosessualità e ribaltano il senso spregiativo che parole come "fatina", o "frocio", hanno rappresentato per decenni nella cultura gay. Scegliendo il corpo e il sesso come strumento di conoscenza dell'altro.

Negli Stati Uniti sono un movimento antisistema, germogliato dall'onda hippy a fine anni Settanta e ormai diffuso in tutto il Paese. Ma la "vita feerica" sta lentamente contagiando anche l'Italia, dopo avere invaso il Nord Europa, dall'Inghilterra alla Francia. Per ora nel nostro Paese non ci sono i cosiddetti "santuari", come chiamano i villaggi nascosti nelle grandi pianure americane o sorti attorno a vecchi edifici dismessi e lontani dalle città. Eppure dentro queste comunità s'affacciano sempre più spesso anche gay, lesbiche e trans che cercano un'identità nuova fuori dal nostro Paese. Si danno nomi di fantasia. Scelgono maschere e abiti da Mardi Gras. Il nudo non è trasgressione e tanto meno peccato, è condizione di dialogo fra corpi e menti: "Fra noi Faeries io e tu diventa io e io: entrambi. Si vive in comunità, che possono essere piccoli gruppi di amici che si ritrovano a casa di qualcuno o intere comunità che affittano o comprano grandi terreni per trasformarli in aree sacre permanenti", racconta a "L'espresso" uno di loro. È un globetrotter di 47 anni, originario di Roma, che si fa chiamare Isildur, come il re dei Numenoreani ne "Il Signore degli Anelli". Somiglia molto ai protagonisti dei grandi raduni radical del centro America: "Ci conosciamo attraverso il sesso, camminiamo nudi nel bosco o ci travestiamo. Tutti i vestiti sono travestimenti, dallo smoking al costume sciamanico. Indossiamo spesso maschere o ci coloriamo il volto. Per noi il trucco ha un valore sacro, l'ornamento del viso e del corpo sono forme di comunicazione con il divino che ci circonda".

Alla pop art e alle provocazioni gay di Andy Warhol rispondono con la controcultura pagana. Proprio quella che, secondo uno dei loro antesignani, Arthur Evans, è sopravvissuta al trionfo del cristianesimo in Europa nascondendosi per secoli ai margini della società. Suona come un manifesto dei sobborghi della conoscenza che si ribellano al global: "Siamo una rete di omosessuali, artisti, lavoratori, abitanti delle città in fuga che sentono la cultura gay, lesbica e transessuale come una comunità distinta, separata dalla società di massa, con una nostra spiritualità, un nostro modo di essere. Dobbiamo unirci e diventare un grande popolo, recuperare l'equilibrio perduto della più ampia comunità umana del pianeta", scrive Joey Cain che cura la newesletter mensile del Nomeus Wolf Creek Sanctuary. Ma i Faeries non hanno un capo, né eleggono un leader. Ognuno di loro è divino e parla per se stesso. Si uniscono per darsi aiuto reciproco, mescolando gioco, amore, pensiero e sesso come strada verso una nuova forma di conoscenza degli esseri umani. In quei villaggi si lavora la terra, si mangia e si dorme insieme, senza un impiego, senza debiti e senza violenza. Spinti solo da un profondo rispetto per la "terra madre" che unisce religioni e culture diverse: buddismo e protestantesimo, new age ed ebraismo, islam e wicca, sciamanesimo fino al cattolicesimo. Al dogma sostituiscono una comune visione della vita, proprio come ha fatto Isildur, che racconta di avere raggiunto addirittura La Mecca dei Faeries: il Montagna Short Sanctuary nel Tennessee e il Faerie Camp destiny nel Vermont. È lì che vengono ospitati i grandi raduni mondiali, dove migliaia di omosessuali e lesbiche che hanno scelto la Faerie Life si danno appuntamento. Qualcuno ci rimane per mesi o anni, altri solo per pochi giorni. Ci si dedica alla creazione del "cerchio sacro", al passaggio del talismano, ai riti di danza estatica come il Kali Fire per cacciare dall'esistenza il superfluo, ciò che non è davvero necessario e desiderato.

Tutto cominciò nel 1979 quando un tale di nome Harry Hay, assieme al suo compagno, invitò la comunità gay degli Stati Uniti a una riflessione sul senso spirituale della propria condizione, lanciando la prima conferenza spiriturale di Radical Faeries. La sua visione era forse la più semplice e antica: il ritorno alla natura, la celebrazione delle stagioni, dei solstizi e degli equinozi, il recupero dei rituali dei nativi americani come appunto il "cerchio". E così oggi quel minuscolo Circolo Faerie è diventato internazionale e, dai radical americani, sta sgorgando una vera e propria cultura eurofaery, come è stata ribattezzata dallo studioso Federico Campagna. Nel Vecchio continente arrivarono nel 1995, sull'isola di Tersehellreng al largo dell'Olanda. Ma non è mai stato un tentativo di emulazione degli americani. "Il fatto che in Europa non si parli una lingua comune, ad esempio, crea spazi di comunicazione molto ampi e dà un senso profondo all'essere europei, basato sulle differenze e non sull'omologazione come invece spinge a fare la politica", raccontano Lappi e Shokti del gruppo Albione. In Italia per ora c'è solo un riverbero di tutto questo. Anche se Isildur scommette che la cultura feerica dilagherà e presto sorgerà un santuario: "È più difficile perché c'è l'ostacolo della cultura cattolica che, a differenza di quella protestante, non è un humus favorevole", spiega. L'altra muraglia è la cultura gay: "Ha modelli sempre più basati sulla bellezza, l'eterna giovinezza e il sesso sempre e comunque. La scena gay italiana chiede questo, mentre noi cerchiamo un rapporto naturale fra i corpi. E seguiamo il coniglio bianco".

Celebrato il primo matrimonio gay in Nepal

Mentre nell'Italietta provincia Vaticana non passa neanche uno straccio di legge contro l'omofobia in altri paesi un tempo considerati poveri ed arretrati, si fanno invece passi da gigante. Prossima tappa...La Cuba di Castro?

Celebrato il primo matrimonio gay in Nepal



Il Nepal non ha ancora approvato una legge che regolamenti le unioni tra persone dello stesso sesso, ma pochi giorni fa è stata celebrato il primo matrimonio omosessuale a Kathmandu, regolarmente riconosciuto dallo Stato asiatico. Il rito è avvenuto, però, tra due stranieri che hanno deciso di coronare il loro sogno d’amore sulle vette più alte del mondo: si tratta di un emigrato inglese di origini indiane, Sanjay Shah, e di un indiano, il quale ha voluto rimanere anonimo, che dopo il ‘si’ stanno passando la loro luna di miele nella vicina India e ritorneranno poi nella natia Gran Bretagna. Anche se non esiste ancora una normativa a sostegno delle nozze gay, le cerimonie tra non nepalesi sono generalmente viste di buon occhio sia dalla popolazione sia dal governo. Il matrimonio è stato organizzato dal gruppo lgbt locale The Blue Diamond e ha anticipato di qualche giorno il primo Gay Pride ai piedi dell’Everest, che ha visto un’affluenza record di oltre 2mila persone.



Il Nepal sta facendo enormi passi avanti, in confronto ai suoi vicini asiatici, sia per quanto riguarda una legge che regolamenti il matrimonio gay sia per quanto riguarda i diritti delle persone omosessuali, che entreranno a breve nella nuova Costituzione. Dopo anni di guerre e divisioni interne, Kathmandu sta puntando soprattutto sui turismo arcobaleno, che nel piccolo stato asiatico potrebbe sposarsi o passare la luna di miele. A questo proposito, è stata creata ad hoc la Pink Mountain, la nuova compagnia turistica del famoso attivista nepalese Sunil Pant, che punta soprattutto sull’accoglienza e la tolleranza che le persone gay non riceverebbero in nessun altro Paese del continente e sulle bellezze naturali mozzafiato del Nepal.
Via – Telegraph UK
Da:
www.gaymagazine.it

MILK A VERONA UNISCE TUTTI

Una delegazione del Milk center di Milano è venuta a trovarci all'inaugurazione!
inaugurazione del Milk Center
Ecco quello che hanno scritto di noi!
[LEGGI TUTTO QUI]
GRAZIE AMICI!