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Le Vittime senza nome dell'Olocausto


Omosessuali, rom, disabili le vittime senza nome dell'Olocausto Eccidi dimenticati. 

Sperimentazioni a lungo negate, per lo più su bambini. Accanto agli ebrei, sono centinaia di migliaia le persone morte nei campi di sterminio nazisti Venerdì 27 Gennaio 2012 da la Repubblica in Approfondimenti
Aktion T4, Porrajmos e Omocausto. 
Hanno un nome, quelli che in molti definiscono gli Olocausti dimenticati. Disabili, rom e omosessuali sterminati durante gli anni del nazismo, grazie anche al ruolo svolto dai regimi fascisti collaborazionisti. Spesso non hanno più un volto e una voce, perché furono in pochi a sopravvivere ai folli piani di sterminio messi in atto da Hitler e a poter, quindi, trasmettere quella Memoria, fondamentale per tramandare le atrocità commesse dall'uomo. Anche la matematica dell'orrore, quella che dovrebbe documentare e far comprendere nella sua brutalità numerica, con le cifre delle persone morte, la portata di questo sterminio, deve fare i conti con documenti fatti sparire o con (è il caso dei rom) l'assenza di una tradizione scritta. Oppure, come avviene per i gay, con la negazione della loro omosessualità, anche dopo la liberazione dai campi di concentramento. Anche i Testimoni di Geova furono perseguitati, tra il 1933 e il 1945 (diecimila internati, prevalentemente tedeschi): a loro veniva anche offerta - invano - la possibilità di rinunciare al loro credo religioso, in cambio della libertà. Olocausti che - come hanno fatto notare, non senza qualche polemica, alcune associazioni - si è spesso cercato di dimenticare. E sono proprio le associazioni come l'Avi (per la tutela delle persone disabili), Arcigay e Gay Center, Opera Nomadi e Aizo (rom e sinti) ad aver organizzato, nella settimana della Memoria, alcuni eventi, in tutta Italia, per cercare di far conoscere, ad esempio, l'Aktion T4, il programma nazista di eutanasia che, in nome dell'igiene della razza cara ai nazisti, portò alla soppressione di almeno 70mila persone affette da malattie genetiche, inguaribili o da malformazioni fisiche. O l'Omocausto, che portò alla morte di almeno 7mila omosessuali nei campi di sterminio nazisti (oltre alle decine di migliaia di persone che vennero condannate sulla base del Paragrafo 175, quello che puniva gli atti e, persino, le fantasie omosessuali). E, infine, lo Porrajmos, che in lingua romaní indica la "devastazione": furono più di mezzo milione i rom e i sinti morti nei campi di sterminio. I piani di sterminio degli zingari vennero attuati non soltanto nei territori annessi dal dominio nazista, ma anche da parte dei governi collaborazionisti, come la Romania e la Jugoslavia, che furono, insieme alla Polonia, tra i principali teatri di questa persecuzione. Ad Auschwitz erano rinchiusi nel tristemente noto Zigeunerlager, ed erano contraddistinti dal triangolo marrone. Come Barbara Ritter, cecoslovacca rom, scomparsa due anni fa. Una delle poche persone a raccogliere la sua testimonianza, durante un incontro che si è tenuto a Ginevra, è stata Carla Osella, presidente dell'Aizo (Associazione Italiana Zingari Oggi). A lei ha raccontato della deportazione nel campo, nel reparto dell'"angelo della Morte", quel Josef Mengele noto per i suoi esperimenti medici e di eugenetica che svolse usando come cavie umane i deportati, anche bambini. "Barbara venne rinchiusa nel lager di Mengele, e qui sottoposta ad una serie di esperimenti. Le inocularono la malaria, per vedere se era in grado di guarire. Non morì, a differenza di tante persone, tutti bambini, che erano con lei", racconta Osella. "Uno dei racconti più atroci che mi fece, fu quello che vide per protagonista un bimbo, ad Auschwitz. Per tenere buoni i bambini, Mengele era solito dar loro della cioccolata. Un giorno prese uno di questi e, proprio di fronte a Barbara, gli sparò, senza alcuna apparente motivo". Barbara assistette anche a numerosi tentativi di ribellione, da parte dei rom, nei confronti dei soldati nazisti. "La Ritter si salvò, perché, dopo essere stata trasferita a Buchenwald, riuscì a fuggire, mentre chi era rimasto ad Auschwitz fu ucciso", ricorda ancora la presidente dell'associazione. Ma i racconti come questo sono pochi. "Non ho notizia, in Italia, di nessun rom sopravvissuto all'Olocausto, che sia ancora in vita - dice Massimo Converso, presidente dell'Opera Nomadi - E poi c'è il problema, a livello di trasmissione della memoria, dell'assenza di una tradizione scritta. I rom erano spesso analfabeti". Mezzo milione i morti certi, anche se di moltissimi zingari si è persa ogni traccia, senza che si possa dire con certezza che siano stati uccisi dai nazisti. E questo potrebbe spiegare perché altre stime parlino di un milione e mezzo di morti. In provincia di Viterbo, a Blera, ne vennero chiusi una cinquantina in un campo di concentramento repubblichino, sconosciuto ai più. "Dal settembre del 1943 al giugno del 1944", spiega Converso, che ieri, a Roma, ha preso parte alla tradizionale fiaccolata che ricorda i rom uccisi. Silvia Cutrera, a capo dell'Avi (associazione per la vita indipendente) è, invece, riuscita a intervistare il tedesco Friedrich Zawrel: classe 1929, venne internato nello "Am Spiegelgrund", un ricovero, a Vienna, per bambini "disturbati mentalmente", e che, sotto il Terzo Reich, fu trasformato in "centro dell'orrore". Era considerato affetto da comportamento deviato, perché figlio di un alcolizzato non in grado di prestare servizio militare: in più aveva anche marinato alcune lezioni, a scuola. "Ha personalmente assistito agli esperimenti condotti sui bambini, ricoverati insieme a lui - racconta la Cutrera - Non venivano uccisi, ma si somministravano loro farmaci, per vedere chi riusciva a vivere più a lungo oppure per studiare le loro reazioni. Anche lui fu costretto a prendere medicine letali". Dopo aver subito molestie e violenze, ha cercato di fuggire. Riacciuffato, è stato segregato per un anno in una cella di isolamento: è riuscito a salvarsi soltanto grazie all'aiuto di una infermiera. Rosa era, invece, il colore del triangolo che indicava, nei campi di concentramento, gli omosessuali. "Le stime sui morti, in questo caso, sono difficilissime - racconta Fabrizio Marrazzo, portavoce di Gay Center - perché molti non volevano ammettere di essere omosessuali. Altri vennero portati nei campi di concentramento per altri motivi e, quindi, la loro omosessualità non emergeva". "E' una storia cancellata, la loro", dice Porpora Marcasciano, presidente del MIT (movimento di identità transessuale), "anche per colpa di quel pudore cattolico che porta a censurare determinati argomenti. E bisogna considerare che molti gay erano anche deportati politici e non avevano alcuna intenzione di dichiarare il loro orientamento sessuale, anche una volta liberati". Tra i pochi - è forse l'unica, in Italia, a poter ancora ricordare quegli anni di persecuzioni - c'è la transessuale Lucy, che entrò nel campo di sterminio di Dachau come Luciano. E che, nel 2010, per la prima volta, è tornata a visitare il luogo dal quale è riuscita miracolosamente a salvarsi. Alcuni volti di omosessuali internati ad Auschwitz sono esposti, da giovedì, nell'ambito di una mostra, allestita a Roma, nella sede del Municipio XI, curata da Gay Center e Arcigay Roma, con il supporto della comunità ebraica di Roma e dell'Ucei. "Di Omocausto si è iniziato a discutere in Italia grazie a quegli studiosi, soprattutto tedeschi, che hanno sollevato il caso - osserva Aurelio Mancuso, presidente di Equality - Fino a non molto tempo fa, una ventina di anni fa, non si parlava affatto delle vittime omosessuali. C'erano anche difficoltà relative alle fonti e ai documenti". "Bisogna poi ricordare quelle centinaia di persone mandate al confino dal regime fascista - aggiunge Mancuso - e che, comunque, rientravano nelle persecuzioni dell'epoca contro gli omosessuali". Mancuso evidenzia anche il ruolo chiave svolto dalle comunità ebraiche italiane nel portare alla luce la questione dell'Omocausto: "Si è fatto molto lavoro comune, fondamentale per una memoria condivisa, e tanti rabbini si sono pronunciati in merito alle persecuzioni dei gay durante il periodo nazista". (di Marco Pasqua)

NEL BOSCO DEGLI ELFI GAY

Si chiamano Faeries. Sono omosessuali radicali che vivono in comunità, lontano dai centri abitati, e sono profondamente antisistema. Usano il corpo e il sesso come strumento di conoscenza dell'altro

venerdì 15 ottobre 2010 , da L'Espresso

Il movimento nacque negli anni Settanta in America. E solo ora sta sbarcando in Europa. Italia compresa. Sono i novelli Pan, ninfi e ninfe dei tempi moderni. C'è Lopi, la bambola vivente che suona nel bosco. C'è Weasel che sfoggia il corno e indossa le pelli del piccolo mammifero da cui ha mutuato il nome. C'è Iunce di drappi vestita. E c'è la sirenetta lesbica in coppia con il mago barbuto, che emula le fattezze di Albus Silente, prodigioso preside di Harry Potter. Un agricoltore zappa la terra coperto solo dei suoi tatuaggi. Una Drag Queen ha sostituito il palcoscenico con una capanna di legno. Ecco i Faeries, "fatine del bosco" che invadono il terzo millennio snobbando caos, frenesie e reti telematiche. Con una particolarità: sono tutti omosessuali, questi spiritelli terreni. I moderni elfi gay, che nel gergo di oggi si chiamerebbero "queer", si sentono in qualche modo i discendenti spirituali delle streghe arse sui roghi negli anni bui del Medioevo: uomini e donne che hanno scelto di allontanarsi dal quotidiano ed erigere un santuario sull'altare della natura. Vivono insieme, lontano dalla società organizzata, rifiutano la cultura metropolitana dell'omosessualità e ribaltano il senso spregiativo che parole come "fatina", o "frocio", hanno rappresentato per decenni nella cultura gay. Scegliendo il corpo e il sesso come strumento di conoscenza dell'altro.

Negli Stati Uniti sono un movimento antisistema, germogliato dall'onda hippy a fine anni Settanta e ormai diffuso in tutto il Paese. Ma la "vita feerica" sta lentamente contagiando anche l'Italia, dopo avere invaso il Nord Europa, dall'Inghilterra alla Francia. Per ora nel nostro Paese non ci sono i cosiddetti "santuari", come chiamano i villaggi nascosti nelle grandi pianure americane o sorti attorno a vecchi edifici dismessi e lontani dalle città. Eppure dentro queste comunità s'affacciano sempre più spesso anche gay, lesbiche e trans che cercano un'identità nuova fuori dal nostro Paese. Si danno nomi di fantasia. Scelgono maschere e abiti da Mardi Gras. Il nudo non è trasgressione e tanto meno peccato, è condizione di dialogo fra corpi e menti: "Fra noi Faeries io e tu diventa io e io: entrambi. Si vive in comunità, che possono essere piccoli gruppi di amici che si ritrovano a casa di qualcuno o intere comunità che affittano o comprano grandi terreni per trasformarli in aree sacre permanenti", racconta a "L'espresso" uno di loro. È un globetrotter di 47 anni, originario di Roma, che si fa chiamare Isildur, come il re dei Numenoreani ne "Il Signore degli Anelli". Somiglia molto ai protagonisti dei grandi raduni radical del centro America: "Ci conosciamo attraverso il sesso, camminiamo nudi nel bosco o ci travestiamo. Tutti i vestiti sono travestimenti, dallo smoking al costume sciamanico. Indossiamo spesso maschere o ci coloriamo il volto. Per noi il trucco ha un valore sacro, l'ornamento del viso e del corpo sono forme di comunicazione con il divino che ci circonda".

Alla pop art e alle provocazioni gay di Andy Warhol rispondono con la controcultura pagana. Proprio quella che, secondo uno dei loro antesignani, Arthur Evans, è sopravvissuta al trionfo del cristianesimo in Europa nascondendosi per secoli ai margini della società. Suona come un manifesto dei sobborghi della conoscenza che si ribellano al global: "Siamo una rete di omosessuali, artisti, lavoratori, abitanti delle città in fuga che sentono la cultura gay, lesbica e transessuale come una comunità distinta, separata dalla società di massa, con una nostra spiritualità, un nostro modo di essere. Dobbiamo unirci e diventare un grande popolo, recuperare l'equilibrio perduto della più ampia comunità umana del pianeta", scrive Joey Cain che cura la newesletter mensile del Nomeus Wolf Creek Sanctuary. Ma i Faeries non hanno un capo, né eleggono un leader. Ognuno di loro è divino e parla per se stesso. Si uniscono per darsi aiuto reciproco, mescolando gioco, amore, pensiero e sesso come strada verso una nuova forma di conoscenza degli esseri umani. In quei villaggi si lavora la terra, si mangia e si dorme insieme, senza un impiego, senza debiti e senza violenza. Spinti solo da un profondo rispetto per la "terra madre" che unisce religioni e culture diverse: buddismo e protestantesimo, new age ed ebraismo, islam e wicca, sciamanesimo fino al cattolicesimo. Al dogma sostituiscono una comune visione della vita, proprio come ha fatto Isildur, che racconta di avere raggiunto addirittura La Mecca dei Faeries: il Montagna Short Sanctuary nel Tennessee e il Faerie Camp destiny nel Vermont. È lì che vengono ospitati i grandi raduni mondiali, dove migliaia di omosessuali e lesbiche che hanno scelto la Faerie Life si danno appuntamento. Qualcuno ci rimane per mesi o anni, altri solo per pochi giorni. Ci si dedica alla creazione del "cerchio sacro", al passaggio del talismano, ai riti di danza estatica come il Kali Fire per cacciare dall'esistenza il superfluo, ciò che non è davvero necessario e desiderato.

Tutto cominciò nel 1979 quando un tale di nome Harry Hay, assieme al suo compagno, invitò la comunità gay degli Stati Uniti a una riflessione sul senso spirituale della propria condizione, lanciando la prima conferenza spiriturale di Radical Faeries. La sua visione era forse la più semplice e antica: il ritorno alla natura, la celebrazione delle stagioni, dei solstizi e degli equinozi, il recupero dei rituali dei nativi americani come appunto il "cerchio". E così oggi quel minuscolo Circolo Faerie è diventato internazionale e, dai radical americani, sta sgorgando una vera e propria cultura eurofaery, come è stata ribattezzata dallo studioso Federico Campagna. Nel Vecchio continente arrivarono nel 1995, sull'isola di Tersehellreng al largo dell'Olanda. Ma non è mai stato un tentativo di emulazione degli americani. "Il fatto che in Europa non si parli una lingua comune, ad esempio, crea spazi di comunicazione molto ampi e dà un senso profondo all'essere europei, basato sulle differenze e non sull'omologazione come invece spinge a fare la politica", raccontano Lappi e Shokti del gruppo Albione. In Italia per ora c'è solo un riverbero di tutto questo. Anche se Isildur scommette che la cultura feerica dilagherà e presto sorgerà un santuario: "È più difficile perché c'è l'ostacolo della cultura cattolica che, a differenza di quella protestante, non è un humus favorevole", spiega. L'altra muraglia è la cultura gay: "Ha modelli sempre più basati sulla bellezza, l'eterna giovinezza e il sesso sempre e comunque. La scena gay italiana chiede questo, mentre noi cerchiamo un rapporto naturale fra i corpi. E seguiamo il coniglio bianco".

Recensione: Lorenzo Bernini, Maschio e Femmina Dio li creò!?


Lorenzo Bernini

Maschio e Femmina Dio li creò!? Il sabotaggio transmodernista del binarismo sessuale.

Il dito e la luna 2010

Il libro è la rielaborazione di un articolo pubblicato dal Prof. Bernini sulla rivista "Polemos" nel 2008. Il libro vuole presentare le teorie che si oppongono al "binarismo di genere", ovvero alla concezione tradizionale per cui ci sono solo due generi (maschile e femminile) che corrispondono ai due sessi.

Come introduzione al pensiero di Mario Mieli, Michel Foucault, Judith Butler e Lesile Feinberg è molto buona (perlomeno corrisponde a quello che ho letto di Butler e Foucault); come proposte operative mi pare zoppicante.

Infatti, Bernini condivide la diffidenza "postmodernista" (lui preferisce chiamarla "transmodernista") per le soluzioni generali ed astratte che si impongono a tutti, per il semplice motivo che non esiste un soggetto universale ed astratto a cui queste soluzioni possano applicarsi, in quanto ogni "soggetto" si crea da solo in ogni momento della vita confrontandosi e scontrandosi con gli altri "soggetti" in divenire.

Per dimostrare che la dicotomia (mi perdonerete se uso questa vecchia parola italiana in luogo di un brutto calco dall'inglese) dei generi è impraticabile, cita l'esempio classico dei bimbi intersessuali, cioè che nascono con genitali ambigui, e dei criteri che seguono i chirurghi che vogliono "normalizzarli", criteri che suscitano nel lettore o l'ilarità od il raccapriccio – non certo il rispetto che merita la buona chirurgia.

Quest'esempio serve a mostrare che non è il sesso corporeo a precedere il genere sociale, ma è la dicotomia dei generi a guidare l'interpretazione che diamo al sesso corporeo, interpretazione il cui scopo è quello di isolare i dominatori (i maschi etero) dai sottomessi (le donne, e le altre minoranze sessuali).

Ma Bernini ammette di non riuscire a costruire qualcosa che prescinda da questa dicotomia; quello che riesce a proporre è di mutuare la locuzione "passare da …", usata dai/dalle trans per indicare il riuscire a recitare il ruolo del genere preferito – per cui un'MtF (Male to Female – Bernini non ama quest'abbreviazione medica, ma è chiara anche ai profani) cercherà di "passare da donna", un FtM (Female to Male) cercherà di "passare da uomo".

Bernini, in sostanza dice, sulla scia di Butler e Feinberg, che non sono solo gli FtM a cercare di "passare da uomo", e non sono solo le MtF a cercare di "passare da donna", ma anche chi è stato dichiarato alla nascita del genere che continua a preferire. In questo interpretare un ruolo maschile o femminile, la persona può apportare delle variazioni rispetto al copione stabilito dalla società, e questo le permetterebbe di sfuggire alle rigidità ed ai vincoli dello stereotipo di genere.

Qui mi permetto di fare una proposta che non ha niente a che fare con il libro di Lorenzo Bernini, ma che mi pare più incisiva: la tipica istituzione che deve mediare tra doti naturali, preferenze individuali ed esigenze sociali è la scuola, che in quasi tutti i paesi è organizzata sotto forma di albero.

I primi anni sono un tronco uguale per tutti, che alla fine si dirama in tanti indirizzi per adeguarsi alle preferenze ed alle esigenze individuali e sociali; all'università diventa possibile personalizzare notevolmente il proprio corso di studi, e perfino permettersi dei ripensamenti - perché non architettare il genere in modo simile ad un ordinamento scolastico?

Una simile architettura non sarebbe esente da critiche (la scuola ne riceve di più della medicina), ma non avrebbe l'aura di immutabilità e naturalità che ha l'attuale dicotomia, visto che è comune esperienza che gli ordinamenti scolastici ed universitari sono in perenne "disfacimento e ricostruzione".


Raffaele Ladu

L'associazionismo LGBT spiegato agli etero

Leggendo il libro Psicoterapia e omosessualità di Margherita Graglia, qui recensito, ho potuto notare che molti psicoterapeuti non riescono a capire l'utilità delle associazioni LGBT, e spesso le accusano di promuovere l'autoghettizzazione dei soci.

Voglio provare a spiegare perché sbagliano, partendo dal presupposto quasi utopico che le persone LGBT non abbiano nulla di che lamentarsi, né da parte delle istituzioni pubbliche, né da parte dei loro concittadini etero. Se questo presupposto non vale, il mio argomento viene rafforzato.

La prima cosa da osservare è che la "prevalenza" delle persone LGBT non è né trascurabile né elevata – il libro prima citato la stima tra il 3 e l'8%, ovvero da 1 persona su 34 ad 1 persona su 13.

La seconda cosa da osservare è che la sessualità degli esseri umani viene modellata non solo dall'educazione, ma anche dal continuo confronto con i propri pari, durante tutta la vita.

Sebbene il mio pseudonimo sia Fedra, sono un maschio etero sulla cinquantina, e posso dire di aver imparato molte cose dai miei amici gay e dalle mie amiche lesbiche, il che mi fa pensare che valga anche l'inverso – che un gay od una lesbica possano imparare molte cose anche dagli etero.

Ma la cosa insostituibile, cioè come vivere da gay o da lesbica nell'Italia dell'anno di grazia 2010, la si può imparare soltanto da chi condivide il proprio orientamento sessuale; ed anche per chi è etero ed ha genitori etero vale il principio che non bastano i genitori per educare - tutti sanno che il figlio o la figlia hanno bisogno anche di mentori od insegnanti, e di un appropriato gruppo di pari, conosciuto dai genitori.

Le associazioni LGBT possono essere per gli adolescenti questo gruppo di pari, col vantaggio che buona parte dei loro membri è visibile; non farle frequentare ai propri figli LGBT vuol dire rischiare che il loro gruppo di pari sia clandestino e potenzialmente più preoccupante.

La prima funzione è quindi educativa, più importante per i figli LGBT, visto che l'esempio di genitori etero nel loro caso ha un valore minore.

La seconda funzione è rivendicativa: molti miei lettori hanno imparato a loro spese che perché un contratto od una legge vengano scrupolosamente rispettati occorre essere sempre vigili e pronti ad agire per tutelare i propri interessi; ed hanno appreso anche che il reclamo di una sola persona viene facilmente ignorato, mentre l'azione promossa da tutte le persone danneggiate dalla violazione della legge o del contratto ha ben altro peso.

Come esistono le associazioni che tutelano gli interessi delle più varie categorie di persone, così è giusto che esistano le associazioni LGBT ed opportuno aderirvi.

La terza funzione è di sostegno ed aiuto reciproco, perché anche se le istituzioni pubbliche sono equanimi, ed i concittadini etero cordiali, si può sempre cadere vittime della malasorte: ci si può ammalare gravemente, essere licenziati per ristrutturazione aziendale, avere un lutto, essere vittime di un crimine o di una calamità naturale, eccetera.

In questi casi, è più facile, rapido ed efficace il sostegno e l'aiuto che si riceve dalle persone di pari condizione: molti di voi avranno notato che se un lavoratore dipendente perde un congiunto, il suo datore di lavoro, nel migliore dei casi, si limita ad un telegramma di circostanza, ma la solidarietà anche psicologica gliela offrono i suoi colleghi.

Allo stesso modo, è più facile, rapida ed efficace la solidarietà che in una simile occasione un gay od una lesbica ricevono dagli amici e dalle amiche del loro orientamento sessuale - anche se è raccomandato che pure gli etero gliela offrano.

Dal sostegno ed aiuto reciproco si passa all'amicizia - la quarta funzione; se è vero che la disponibilità all'amicizia dovrebbe estendersi a tutti gli esseri "senzienti" (per usare il gergo di Star Trek), e le amicizie che uniscono uomini gay a donne etero sono spesso leggendarie, è anche vero che è più facile essere amici delle persone con cui si condividono idee, valori ed orientamenti di fondo - tra cui quello sessuale.

La quinta funzione è di informazione: ci sono molte situazioni che affrontano le persone LGBT alle quali non è possibile trasporre meccanicamente le soluzioni che valgono per le persone etero, e nelle associazioni LGBT si accumulano le competenze necessarie ad affrontarle. Nessuno si rivolge ad un cardiologo per un problema di vista, e la qualità dell'assistenza che riceverebbero le persone LGBT senza le loro associazioni non sarebbe migliore degli occhiali che può prescrivere un cardiologo.

La sesta funzione è di socializzazione, anzi, diciamolo pure, di rimorchio: l'etero che cerca un partner del sesso opposto può ben affrontare il rischio che 1 persona ogni 13 (od 1 ogni 34) che incontra lo respinga perché gay o lesbica; ben altro è il problema per la lesbica od il gay.

Infatti, se usassero gli stessi metodi degli etero, 12 persone su 13 (o addirittura 33 su 34) che incontrano li respingerebbero - e per trovare infine il partner, dovrebbero sviluppare la medesima petulanza che hanno i telemarketer, che passano la giornata a telefonare ai possibili clienti, mettendo nel conto decine e centinaia di rifiuti tra una vendita riuscita e l'altra.

Un'associazione in cui gli etero siano praticamente assenti (o comunque ben segnalati) rende tutto più facile.

Tutto questo vale presumendo, in modo quasi utopistico, che le persone LGBT non subiscano discriminazioni e persecuzioni; e se questo presupposto non vale?

La funzione educativa di un'associazione LGBT diventa ancora più importante, perché deve aiutare i soci a sviluppare le risorse interiori (la "resilienza", per usare una parola ora di moda) per resistere allo "stigma" ed alle sue conseguenze negative per la propria salute.

Conquistare dei diritti è più faticoso del difenderli, e questo rende più importante unirsi per rivendicarli.

In una società in cui discriminazioni, aggressioni e torti sono pane quotidiano, il sostegno e l'aiuto reciproco sono indispensabili.


In una società senza discriminazioni e persecuzioni, anche le persone più dissimili riescono a fare amicizia; ma quando ci sono discriminazioni e persecuzioni, una persona LGBT rischia di trovare solo altre persone LGBT disposte ed esserle amiche.

Peggio sono trattate le persone LGBT, meno persone ed istituzioni al di fuori di loro stesse e delle loro associazioni sono interessate a studiare il modo di migliorare la loro condizione – e più importanti sono le competenze che le associazioni LGBT si preoccupano di raccogliere, conservare, sviluppare e tramandare.

Infine, quanto più pericoloso è mostrare apertamente il proprio orientamento sessuale non-etero, tanto più importante è avere dei luoghi in cui sia possibile incontrare dei possibili partner in relativa sicurezza. Fatevi raccontare da un gay che cosa rischia se per errore si propone ad un etero: non tutti si limitano a rispondergli col sorriso sulle labbra che non ha purtroppo speranze.


Raffaele Ladu

Recensione: Margherita Graglia, Psicoterapia e omosessualità, Carocci Faber 2009


Il libro

Graglia, Margherita
Psicoterapia e omosessualità
Carocci Faber 2009

vuole essere una guida per lo psicoterapeuta che, uscito dall'università e dalla scuola di specializzazione con poche nozioni (e magari d'annata) sull'omosessualità, ha bisogno non solo di aggiornarsi intellettualmente, ma anche di reimpostare il proprio approccio verso l'omosessualità e gli omosessuali di ambo i sessi.

L'autrice si ritiene perciò obbligata nel primo capitolo (L'identità sessuale) a:
- chiarire la differenza tra identità di genere (sentirsi "maschi" o "femmine" - per semplicità ci limitiamo a questo), ruolo di genere (comportarsi da "maschi" o da "femmine"), orientamento sessuale (sentirsi attratti affettivamente e sessualmente dal proprio sesso, da quello opposto, o da entrambi) - non sono solo i profani a confondere il travestitismo con l'omosessualità, od a credere che il bimbo che gioca con le bambole manifesta precoci tendenze gay;

- precisare che l'orientamento sessuale non è un costrutto categoriale (o si è omo, o si è etero, o si è bi), e nemmeno unidimensionale: per esempio, una persona può avere comportamenti esclusivamente etero, ma anche delle fantasie e dei sentimenti omo;

- puntualizzare che poiché diversi studi danno importanza a diverse dimensioni dell'orientamento sessuale, questo spiega in parte le diverse stime della "prevalenza" dei gay e delle lesbiche - l'autrice stima che siano tra il 3 e l'8% della popolazione generale;

- avvertire che nessuna ricerca sulle cause dell'omosessualità ha portato a risultati incontrovertibili - e si potrebbe anche osservare che è molto strano che nessuno indaghi sulle cause dell'eterosessualità;

- ricordare infine che l'orientamento sessuale, per quanto parte importante del Sé di una persona, non è l'unica componente della propria identità personale; è un errore grave trascurarlo, ma altrettanto grave errore è appiattire la persona nel suo essere gay, lesbica o bi.

Il secondo capitolo (Dal paradigma della patologia a quello della variazione) è una rassegna storica delle teorie medico-psicologiche dell'omosessualità - una galleria degli orrori che vi consiglio di leggere a stomaco vuoto.

Il terzo capitolo (Prospettive contemporanee sulla salute GLB) [il libro non si occupa dei/delle trans] è il più interessante, in quanto spiega in modo chiaro e semplice le prove che la società eterosessista e spesso omofoba impone agli omosessuali, ma anche le risorse con cui loro possono far fronte; può sembrare strano, ma un paragrafo interessante (3.2.3. La resilienza) mostra come l'essere gay o lesbica possa essere vantaggioso rispetto all'essere etero.

I motivi elencati dal testo li riassumo così: l'essere una minoranza (sessuale, in questo caso) costringe a mettere in discussione gli stereotipi correnti ad a sperimentare nuovi modi di vivere, più autentici ed appaganti di quelli che la maggioranza (etero, in questo caso) ha costruito per se stessa, e che in qualche modo imprigionano anche lei.

Il quarto capitolo (La psicoterapia con pazienti GLB) mostra quali problemi tipicamente GLB possono essere portati in terapia - come la paura di svelarsi, il dubbio che essere gay o lesbica significhi essere meno donna o meno uomo, la necessità di reimpostare i rapporti con genitori, amici e figli; il capitolo affronta anche le peculiarità dei disturbi sessuali che possono accusare gay e lesbiche.

Secondo l'autrice, raramente i gay lamentano eiaculazione precoce (si lamenta più frequentemente l'eiaculazione ritardata), anche perché le tecniche erotiche più usate sono la stimolazione orale e manuale del partner, che non impongono una grande "durata" per soddisfarlo; durante il sesso anale si può provare un dolore che ha un nome specifico (anodispareunia), ed il disturbo sessuale più lamentato dai gay sembra la disfunzione erettile, specialmente mentre si accoglie nell'ano il membro del partner.

Per le lesbiche si era coniata l'espressione "lesbian bed death syndrome = sindrome della morte del letto lesbico", ma l'autrice tende a ritenerla un mito. Innanzitutto, la sessuologia sta cominciando solo ora a liberarsi dei suoi presupposti maschilisti ed eterosessisti, ed a rendersi conto che misurare la soddisfazione erotica contando gli orgasmi e trascurando le forme di intimità diverse dal rapporto sessuale è limitativo per i maschietti ed assolutamente inadatto alle donne.

Tenendo presente che le donne lesbiche raggiungono l'orgasmo più facilmente ed intensamente delle etero, e che prolungate effusioni, anche non finalizzate all'orgasmo, sono per loro assai appaganti, la palma della soddisfazione erotica non va certo alle donne impegnate in relazioni etero, le quali sono limitate dalla meno favorevole risposta sessuale maschile.

Inoltre, l'autrice fa notare che negli anni '70 si privilegiava l'impegno politico alla felicità privata - e la sfera sessuale non poteva che risentirne. Ora che la situazione è cambiata, il sesso ha ben superiore importanza anche nei rapporti tra donne, e la "morte del letto lesbico" potrebbe essere archiviata tra i disturbi del passato.

Il quinto capitolo (I terapeuti con i pazienti GLB) misura la strada che devono ancora fare i terapeuti per essere realmente accoglienti verso i pazienti GLB. I classici assunti dell'eterosessismo sono anche qui all'opera:

- si dà per scontato che il paziente sia etero;

- si presume che l'eterosessualità non abbia bisogno di spiegazioni, mentre l'omosessualità la si ritiene sempre motivata da una sventura;

- anche se è ormai vietato considerare l'omosessualità una patologia, ciononostante la si considera meno ottimale dell'eterosessualità;

- se il paziente gay o la paziente lesbica hanno la sventura di avere dei sintomi psicopatologici, rischiano di ricevere una diagnosi più grave ed una terapia più aggressiva di un analogo paziente etero (se vi consola, la stessa cosa era stata notata nei pazienti americani di colore rispetto ai pazienti bianchi);

- pochi terapeuti sembrano capire l'importanza dell'associazionismo LGBT, vedendolo come una forma di autoghettizzazione; questo mostra, a mio avviso, che non hanno capito che cos'è un orientamento sessuale - ne parlerò in altra sede;

- gli stereotipi introiettati dal terapeuta spesso velano la comprensione del o della paziente non etero - un esempio particolarmente sgradevole che viene riportato è quello della paziente che lamentava un calo della libido sbrigativamente attribuito al suo lesbismo, mentre imputati più convincenti sembravano gli psicofarmaci che le erano stati prescritti (e che, tra parentesi, sono nefasti anche per il maschietto etero, il paziente che hanno in mente gli autori di testi di psichiatria).

Due casi interessanti sono quelli del terapeuta omofobo per motivi religiosi (da evitare anche quando non tenta di "riorientare" il/la paziente), e quello del terapeuta gay o lesbico.

Infatti quest'ultimo terapeuta deve decidere se fare il coming-out con i suoi pazienti; ci sono scuole (come quelle freudiane) che vorrebbero che il terapeuta fosse uno specchio obbiettivo e che di sé rivelasse il meno possibile (e quindi nemmeno il proprio orientamento sessuale), ed altre possibiliste - il terapeuta deve valutare l'opportunità di questa rivelazione caso per caso.

Purtroppo, non tutti i terapeuti hanno fatto il coming-out nel loro ambiente professionale, e questo li può limitare assai; ci sono i casi comici, in cui il terapeuta sa che i colleghi sanno, e loro sanno che lui sa quello che sanno - ma nessuno apre bocca e tutti recitano una commedia degli errori di cui pagano le spese i pazienti.

Infatti, un caso tragico citato dall'autrice è quello dell'anziano gay rimasto da poco vedovo del suo partner, che, vivendo in un paese molto piccolo, non aveva conosciuto altri gay che lui, e si trovava per caso (caso pilotato, perché era stato consigliato da un'altra terapeuta che aveva mangiato la foglia) in analisi con un analista gay.

Sarebbe stato di gran giovamento per lui sapere che l'analista non lo considerava un marziano, perché sapeva per diretta esperienza che significava essere gay, ma l'analista non se la sentì di dire al paziente quello che aveva taciuto ai colleghi.

I terapeuti dichiaratamente gay e lesbiche sono una novità recente (l'Associazione Psicoanalitica Americana ha ammesso queste persone al training solo nel 1992), ma anche loro possono riferire spiacevoli casi di discriminazione all'interno delle loro scuole di psicoterapia.

E capita ancora che le persone che vogliono diventar terapeuti e che, per un motivo o per l'altro, si occupano di questioni LGBT, siano vittime di piccoli episodi di omofobia in quanto sospettate di essere gay o lesbiche. Sono cose che sarebbero più degne della scuola in cui ha studiato Renzo Bossi che di una scuola di psicoterapia!

Nessuno è perfetto, purtroppo, e non è nemmeno garantito che lo psicoterapeuta gay o lesbico sia l'ideale per il paziente gay o lesbico - il terapeuta potrebbe sovrapporre la propria esperienza a quella del paziente dando troppe cose per scontate.

Inoltre, alcune scuole di psicoterapia (come le freudiane) prescrivono che il terapeuta ed il paziente non si incontrino fuori dallo studio - che fare se i due si incontrano invece in un luogo di battuage, od in un locale LGBT, in un'occasione culturale, eccetera?

Il libro è ovviamente più complicato del riassunto che ne ho fatto; poiché però è lungo appena 158 pagine (più indici e bibliografia), ed i tecnicismi non sono troppi, vale la pena leggerlo.

Benvenuti nel nuovo blog della rivista AGORA'

SOMMARIO:
  1. Finalmente sede! - Verso una nuova avventura [leggi qui]
  2. Essere famiglia nel mondo LGBT: [leggi tutto qui]
  3. Non importa? [leggi qui]
  4. Le recensioni di  Fedra [leggi qui ].
  5. HIV - Parte la ricerca online EMIS   [leggi qui] 
  6. Intervista al presidente Arcigay [leggi qui]
  7. Judith  Butler rifiuta il premio del pride di Berlino [leggi tutto qui]
  8. I consigli di  benessere e la natura di Suor Saugella    [leggi tutto qui]
  9. Le Ricette di Suor Fabrizia [[leggi qui ]
  10. Le nostre risate di Suor Malizia [leggi qui]
  11. I nostri APPUNTAMENTI [leggi qui]
  12. Annunci [leggi qui]
  13. Cinema
  14. Teatro: L'altra faccia del dado. [leggi tutto qui]
  15. Ottimismo di GAIA [leggi tutto qui]

Le componenti genetiche del sesso e del genere secondo l'OMS

Ho pensato che fosse utile chiarire le idee, e dimostrare che il movimento LGBTQI non chiede altro che tutti i cittadini si basino sulla migliore scienza medica, traducendo questa pagina del sito dell'Organizzazione Mondiale della Sanità - mi sono permesso di evidenziare i brani più interessanti mettendoli in corsivo. Buona lettura, Fedra.
Gli esseri umani nascono con 46 cromosomi divisi in 23 coppie. I cromosomi X ed Y determinano il sesso di una persona. La maggior parte delle donne è 46XX, e la maggior parte degli uomini 46XY. Ma la ricerca suggerisce che in alcune nascite per migliaio alcuni individui nasceranno con un solo cromosoma sessuale (45X o 45Y) (monosomie sessuali) ed altri con tre o più cromosomi sessuali (47XXX, 47XYY o 47XXY, ecc.) (polisomie sessuali). Inoltre, alcuni maschi nascono 46XX a causa della traslocazione di una piccola sezione della regione che determina il sesso nel cromosoma Y. Allo stesso modo, anche alcune femmine nascono 46XY a causa di mutazioni nel cromosoma Y. Chiaramente, non ci sono solo femmine XX e maschi XY, ma piuttosto, c'è una gamma di complementi cromosomici, equilibri ormonali e variazioni fenotipiche che determinano il sesso.
Le differenze biologiche tra uomini e donne risultano da due processi: la determinazione e la differenziazione del sesso (3). Il processo biologico di determinaizone del sesso controlla se verrà seguita la via della differenziazione sessuale maschile o femminile. Il processo di differenziazione sessuale biologica (lo sviluppo di un sesso dato) implica molte fasi di sviluppo gerarchicamente organizzate e regolate geneticamente. Più del 95% del cromosoma Y è specificamente maschile (4) ed un'unica copia del cromosoma Y basta ad indurre la differenziazione in senso testicolare della gonade embrionale. Il cromosoma Y agisce come intuttore deominante del fenotipo maschile, e gli individui che hanno quattro cromosomi X ed un solo cromosoma Y (49XXXXY) sono fenotipicamente maschili (5). Quando è presente un cromosoma Y, dei precoci testicoli embrionali si sviluppano verso la 10^ settimana di gravidanza. In mancanza sia del cromosoma Y che dell'influenza di un fattore di determinazione testicolare (TDF), si sviluppano le ovaie.
Il genere, tipicamente descritto in termini di mascolinità e femminilità, è una costruzione sociale che varia tra le diverse culture e nel tempo (6). Ci sono, ad esempio, alcune culture, in cui esiste la più grande varietà di generi ed il sesso ed il genere non sono sempre nettamente divisi dicotomicamente, come maschio e femmina, oppure omosessuale ed eterosessuale. I Berdache del Nordamerica, i fa'afafine (Samoano per "il modo di una donna") nel Pacifico, ed i kathoey in Tailandia, sono tutti esempi di diverse categorie di genere che differiscono dalla divisione occidentale tradizionale delle persone in maschi e femmine. Inoltre, presso certe comunità di nativi nordamericani, il genere è visto più come un continuum che come un insieme di categorie, con uno speciale riconoscimento delle persone con "due spiriti" che comprendono caratteristiche e qualità sia maschili che femminili. E' evidente perciò che diverse culture hanno adottato diversi approcci nella creazione delle distinzioni di genere, con maggiore o minore riconoscimento della fluidità e della complessità del genere.
Esempio 1: La genetica come determinante importante del sesso biologico.
Nel 1959, l'analisi cromosomia di due disturbi umani, la sindrome di Turner e la sindrome di Klinefelter, ha dimostrato per la prima volta che dei fattori genetici sui cromosomi Y dei mammiferi sono determinanti importanti del sesso maschile (7). La regione che determina il sesso sul cromosoma Y, chiamata SRY, ha un ruolo fondamentale nella determinazione del sesso, e si ritiene che sia l'interruttore che innesca lo sviluppo dei testicoli. Pertanto, è responsabile dell'innesco della determinazione del sesso maschile durante lo sviluppo embrionale (8). Sono stati identificati dei geni legati al box SRY (SOX) negli autosomi [cromosomi non sessuali - nota di Fedra] (9) e delle mutazioni nei geni SRY o SOX sono state imputate del rovesciamento di sesso (10). In altre parole, gli individui con delle mutazioni nella regione SRY dovrebbero svilupparsi come femmine (11). Però, è probabile che ci siano altri geni che determinano il sesso coinvolti nel sesso fenotipico (12). La sequenza del DNA del cromosoma X umano e quella della regione specificamente maschile del cromosoma Y sono state recentemente pubblicate, consentendo ulteriori ricerche sui geni specifici di un sesso (13).
Disturbi geneticamente determinati della differenziazione sessuale
Il tipico sviluppo sessuale è il risultato di numerosi geni, e la mutazione di uno qualsiasi di essi può provocare una differenziazione sessuale incompleta o mancante. Tra esse ci sono le mutazioni o le anomalie strutturali della regione SRY nel cromosoma Y che provocano disgenesi gonadale XY, maschi XX o femmine XY; difetti nella biosintesi degli androgeni o nei recettori degli androgeni, eccetera.
Vedi oltre:
  • Ermafroditismo
  • Iperplasia surrenale congenita
  • Sindrome da insensibilità agli androgeni
Questioni etiche, legali e sociali delle componenti genetiche del sesso e del genere
I problemi dell'assegnazione ad un genere, delle prove di verifica di un genere, e le definizioni legali di genere sono del tutto pertinenti ad una discussione sulle questioni etiche, legali e sociali del genere e della genetica. Ma queste pratiche, comunque, non hanno un nome appropriato, dacché si riferiscono in effetti al sesso biologico e non al genere. Tale discrepanza è evidenziata dall'esistenza di individui intersessuali il cui sviluppo psicosessuale ed il genere alle volte non corrispondono al sesso biologico attribuito loro da infanti. In questo articolo si adopererà il termine "sesso" quando la pratica si riferisce al sesso biologico e non al costrutto più sociale del "genere".
Vedi oltre:
  • Assegnazione del genere agli infanti ed ai bimbi intersessuati
  • Definizioni legali di genere
Anomalie nei cromosomi sessuali
I cromosomi sono le strutture che portano i geni, che a loro volta trasmettono le caratteristiche ereditarie dai genitori alla prole. Gli umani hanno 23 paia di cromosomi, metà di ogni paio ereditato da ogni genitore. Il cromosoma Y è piccolo, porta pochi geni, ed ha un'abbondanza di sequenze che si ripetono, mentre il cromosoma X è più simile ad un autosoma nella forma e nel contenuto (14). Pur essendo piuttosto poveri di geni a causa della ridotta ricombinazione, i cromosomi sessuali X ed Y sono ricchi di geni legati allo sviluppo sessuale (15).
L'aneuploidia è la condizione di chi ha meno (monosomia) o più (polisomia) del numero normale diploide di cromosomi. L'aneuploidia accade in almeno il 5% di tutte le gravidanze, ed è l'anomalia cromosomica più comunemente riconosciuta tra gli umani (16). La divergenza dal normale numero di cromosomi X ed Y, detta aneuploidia dei cromosomi sessuali (SCA), equivale ad approssimativamente la metà di tutte le anomalie cromosomiche negli umani, con una frequenza totale di 1:400 (17). Le anomalie fisiche nei cromosomi sessuali possono essere diagnosticate prima della nascita con l'amniocentesi ed il campionamento dei villi corionici (CVS). Le diagnosi prenatali di SCA aumentano a causa dell'ampio uso di queste tecnologie (18).
L'alta frequenza di individui con SCA è dovuta al fatto che i loro effetti normalmente non sono tanto gravi come quelli delle anomalie autosomiche, e raramente sono letali. Certo, molti casi di SCA sono compatibili con una normale speranza di vita e spesso non vengono diagnosticati (19). Eppure, si stima che 1/3 degli aborti spontanei sia dovuto ad aneuploidia del feto (10). Il tasso di aborti provocati per SCA è costantemente diminuito dal 100% negli anni '70 al 69% degli anni '80 ed al 49% degli anni '90 (21). Si è suggerito che questa diminuzione sia conseguenza diretta della migliore conoscenza delle condizioni associate all'SCA, combinata con l'influenza della consulenza genetica (22).
Sindrome di Turner
Questo disturbo, detto anche monosomia X (45X), si ha in individue che hanno un solo cromosoma X, nessun cromosoma Y, e fenotipicamente sono donne. Sebbene 45X sia un'anomalia cromosomica frequente, la sindrome di Turner è rara, con una frequenza di 1:3000 nati vivi (23), dacché soltanto 1:40 degli zigoti affetti arriva al termine della gravidanza (24). Gli individui colpiti hanno un modo di crescere anormale, sono di bassa statura, di solito mancano loro evidenti caratteri secondari femminili, e sono sterili. In alcuni casi di sindrome di Turner, c'è un lieve ritardo mentale.
Femmine XXX
Le donne con tre cromosomi X (47XXX) hanno un normale sviluppo dei caratteri sessuali e sono fertili. Gli individui affetti sono normalmente più alti della media ed hanno una corporatura magra. La frequenza delle donne con un cromosoma X in più è circa 1:1000. Non c'è grave disturbo fenotipico associato a tre cromosomi X nelle donne (25). Queste donne possono avere lievi difficoltà di apprendimento.
Sindrome di Klinefelter
La sindrome di Klinefelter (47XXY oppure un mosaico XY/XXY) con fenotipo maschile è l'anomalia cromosomica più pervasiva (26), che influenza circa 1:600 maschi (27). I maschi con la sindrome di Klinefelter hanno due o più cromosomi X, che portano ad uno sviluppo anormale del testicolo, che porta all'ipogonadismo ed alla sterilità (28). Gli individui affetti sono spesso alti e producono relativamente piccole quantità di testosterone. Come risultato di questo squilibrio ormonale, i maschi affetti hanno caratteristiche sessuali secondarie maschili incompletamente sviluppate.
Maschi XYY
I maschi che ereditano un cromosoma Y aggiuntivo sono normalmente più alti della media e predisposti all'acne, perché hanno livelli di testosterone superiori alla media. I maschi affetti sono tipicamente fertili e molti sono ignari di avere un'anomalia cromosomica. La frequenza dei maschi con un cromosoma Y in più è circa 1:1000.
Ermafroditismo
Il "vero" ermafroditismo è una condizione genetica in cui gli individui affetti hanno tessuto maturo sia ovarico che testicolare (29). Non sono state pubblicate delle stime della frequenza nella popolazione generale dei veri ermafroditi (30). L'eredità autosomica di questa condizione fa pensare che i geni che controllano lo sviluppo e la differenziazione sessuale non si trovano solo nei cromosomi sessuali (31). Blackless ed altri suggeriscono che tale ereditarità familiare "apre la possibilità che, così come con altre forme di ambiguità sessuale, ci possano essere sacche, e magari anche ampie aree geografiche, con frequenze relativamente elevate di ermafroditismo vero" (32).
Iperplasia surrenale congenita
L'iperplasia surrenale congenita (CAH) è una condizione ereditaria autosomica recessiva che può colpire sia i ragazzi che le ragazze. E' la più comune causa di intersessualità nelle femmine 46XX, in cui le ragazze non trattate sviluppano un aspetto esterno maschile. Questo disturbo, detto anche sindrome adrenogenitale (AGS), è causato da una deficienza di origine genetica del cortisolo, un ormone steroideo prodotto dalla corteccia surrenale. Il disturbo ha una frequenza di 1:5000 e provoca una differenziazione sessuale femminile incompleta, ed effetti androgeni accresciuti a causa di un'aumento compensatorio dell'ormone adrenocorticotropo (ACTH) (33).
Sindrome da insensibilità agli androgeni.
La sindrome da insensibilità agli androgeni (AIS) è un disturbo recessivo legato al cromosoma X in cui gli individui colpiti hanno genitali esterni femminili e sviluppano le mammelle, sebbene siano geneticamente maschili (46XY). I tessuti degli individui colpiti non reagiscono agli ormoni maschili (androgeni), ma reagiscono agli estrogeni.
Wisniewsky ed altri hanno valutato la condizione fisica e psicosessuale di 14 donne con sindrome da completa insensibilità agli androgeni (CAIS) con un questionario nonché con un esame medico per valutare la conoscenza delle partecipanti del loro disturbo nonché la loro opinione del trattamento medico e chirurgico (34). La maggior parte delle donne interrogate ha espresso soddisfazione per il loro sviluppo psicosessuale e la loro funzione sessuale. Tutte le donne che hanno partecipato allo studio erano soddisfatte di essere state allevate come femmine, e nessuna delle partecipanti desiderava cambiare genere (35).
L'assegnazione del genere agli infanti ed ai bambini intersessuali
L'intersessualità è definita come un'anomalia congenita del sistema riproduttivo e sessuale. Una stima sulla prevalenza alla nascita dell'intersessualità è difficile da fare perché non ci sono parametri concreti per la definizione di intersessualità. L'Intersex Initiative, un'organizzazione nordamericana, stima che 1:2000 bimbi, o cinque bimbi al giorno negli USA, nascano palesemente intersessuali (36). Questa stima si trova in una gamma che parte dalle anomalie genitali come l'ipospadia, che ha una prevalenza alla nascita di circa 1:300 ad anomalie genitali complesse in cui è difficile attribuire il sesso, con una prevalenza alla nascita di circa 1:4500 (37). Molti bimbi intersessuali hanno subitò interventi medici per motivi di salute, nonché per motivi sociologici od ideologici. Una considerazione importante a proposito dell'attribuzione del sesso è se è etico alterare i genitali dei bambini intersessuali per "normalizzarli".
La chirurgia clitoridea nelle condizioni di intersessulità fu propugnata da Hugh Hampton Young negli USA nei tardi anni '30. In seguito, fu sviluppata una strategia standardizzata di gestione dell'intersessualità da parte di alcuni psicologi della John Hopkins University (USA), basata sull'idea che i bimbi nascano geneticamente neutri (38). Minto ed altri notano che "la teoria della neutralità psicosessuale alla nascita è stata ora sostituita da un modello di complessa interazione tra fattori prenatali e postnatali che portano allo sviluppo del genere e, poi, dell'identità sessuale" (38). Però, attualmente negli USA ed in molti paesi dell'Europa occidentale, la raccomandazione clinica che più probabilmente riceveranno i genitori di infanti intersessuali è di allevarli da femmine, magari con un intervento che femminilizzi l'aspetto dei genitali (40).
Minto ed altri hanno condotto uno studio che intendeva valutare gli effetti dell'intervento chirurgico femminilizzante per gli intersessuali sulla funzione sessuale adulta negli individui con genitali ambigui. Come parte di questo studio, essi notarono diverse questioni etiche a proposito di quest'intervento, tra cui:
  • non c'è prova che l'intervento di femminilizzazione genitale porti ad un funzionamento psicosociale migliore;
  • l'intervento chirurgico femminizzante non può garantire che l'identità di genere dell'adulto si sviluppi in senso femminile;
  • e che la funzione sessuale adulta potrebbe essere alterata dalla rimozione del tessuto clitorideo o penieno (41).
La biologia dello sviluppo suggerisce che la rigida credenza in un dimorfismo sessuale assoluto è erronea (42). Invece, Blackless ed altri suggeriscono due curve a campana che si sovrappongono per concettualizzare le variazioni sessuali tra le popolazioni. Le variazioni qualitative nell'assetto cromosomico, nella morfologia genitale e nell'attività ormonale cadono nell'area di sovrapposizione (43). Una simile opinione mette in discussione la necessità di un intervento medico nei casi di intersessualità.
Definizioni legali di genere - un esempio delle implicazioni delle definizioni legali dell'affiliazione sessuale.
Oltre alle implicazioni sociali, la categorizzazione in sesso e genere ha anche importanti implicazioni politiche e legali. L'identificazione di un individuo come biologicamente maschio o femmina può avere conseguenze legali in capacità matrimoniale, sostegno al coniuge ed attitudine genitoriale. La questione della classificazione sessuale è però complicata da fattori come l'assetto cromosomico, i genitali esterni, l'identità di genere e le alterazioni chirurgiche.
Negli USA, come nella maggior parte dei paesi, non c'è una legge che definisca esattamente come determinare il genere di una persona (44). Quest'esempio dimostra alcuni dei problemi che questo può creare. Nel 1999 la Corte d'Appello del Texas valutè la validità di un matrimonio tra un uomo ed un persona nata geneticamente maschio, ma che aveva subito un'operazione per avere le caratteristiche fisiche di una donna (45). Come in molti stati americani, il diritto di famiglia texano proibisce i matrimoni tra persone del medesimo sesso, ed il Congresso USA ha promulgato il Defense of Marriage Act, che definisce il matrimonio, ai sensi della legge federale, come "un'unione legale tra un solo uomo ed una sola donna" (46).
Sebbene dei periti medici avessero dichiarato che l'individuo in questione era femmina dal punto di vista sia psicologico che psichiatrico sia prima che dopo l'operazione di riattribuzione del sesso, il tribunale sostenne che era l'assetto cromosomico, non l'operazione di riattribuzione del sesso, i caratteri genitali esterni, l'identificazione e l'autoidentificazione psicosociali, a determinare il genere di una persona. Il tribunale annullò il matrimonio sostenendo che la donna transessuale era legalmente un uomo (47).
Questo caso è un esempio di come il sistema legale di un paese ha trattato le complessità della definizione del sesso e del genere, e le implicazioni della definizione del genere e del sesso. Certo, ci sono molte altre implicazioni legali potenziali di queste definizioni e sono molte le complicate questioni che possono sollevare. 
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Raffaele Ladu