Oggi Palermo si colorerà di arcobaleno. 22 Giugno 2013,
la grande parata del Pride nazionale di Palermo
www.palermopride.it
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Giornalista: “Nel libro lei scrive della prestazione di genere. Non è che tutte le nostre prestazioni di genere, o forse la maggioranza, sono basate su dei modelli oppressivi, o su dei modelli determinati da qualcuno?”
Ziv: “Sì, ma ripeto, possiamo solo lavorare su modelli già esistenti. Con questo collegamento possiamo risalire, ad esempio, alla critica lesbo-femminista delle ‘butch = camioniste’, che afferma che le camioniste riproducono i costrutti oppressivi della mascolinità.
Però, innanzitutto, le camioniste sono donne che si oppongono ai dettati sociali della femminilità e li sfidano in un modo che ha grande visibilità e perciò può anche costare parecchio. Inoltre, quando una donna fa il maschio, non è la stessa cosa di quando un uomo fa il maschio. Cioè, qui si crea qualcosa di diverso, ibrido. Queste sono donne che compiono una revisione non-standard di una norma mascolina. E le revisioni non-standard creano una nuova forma.”
Da quando ho lasciato il Libano, nel 1976, per trasferirmi in Francia, mi è stato chiesto innumerevoli volte, con le migliori intenzioni del mondo, se mi sentissi più francese o più libanese. Prima o poi, a uno straniero questa domanda viene rivolta, e risponde invariabilmente ‘l’uno e l’altro’. Ciò che mi rende come sono e non diverso, è l’esistenza fra due paesi, fra due o tre lingue, fra parecchie tradizioni culturali ed è proprio questo che definisce la mia identità. Sarei più autentico se mi privassi di una parte di me stesso, quindi delle mie vicende, delle mie storie, che si sono compiute al di là del luogo, il Libano in cui sono nato.
Naturalmente l’identità non si suddivide in compartimenti stagni, non si ripartisce né in metà, né in terzi. Non ho parecchie identità, con questo, ne ho una sola fatta di tutti gli elementi che l’hanno plasmata secondo un dosaggio particolare, che non è mai lo stesso da una persona all’altra.Il secondo brano ricorda che:
In ogni uomo e donna si incontrano molteplici appartenenze, che a volte si contrappongono tra loro e lo costringono a scelte penose. Se ciascuno di questi elementi, cosiddetti identitari, può riscontrarsi in un gran numero di individui, non si trova mai la stessa combinazione in due persone diverse. Ed è proprio ciò che fa sì che ogni essere sia unico e insostituibile.
In ogni uomo e donna si incontrano molteplici appartenenze, che a volte si contrappongono tra loro e lo costringono a scelte penose.
La performatività del genere ed il drag
Come si legano (se si legano) le nozioni di resignificazione discorsiva e quella di parodia od impersonazione del genere? Se il genere è un effetto mimetico, è perciò una scelta od un artificio di cui ci si può disfare? Se non è così, come è emersa questa lettura di Gender Trouble = Scambi di genere? Ci sono almeno due ragioni per quest’incomprensione, una delle quali è opera mia dacché ho citato il drag come un esempio di performatività (preso allora, da alcuni, come esemplare, cioè l’esempio della performatività), ed un’altra che ha a che fare con le esigenze politiche di un crescente movimento queer in cui la pubblicizzazione della capacità di agire in modo teatrale è diventata assai centrale [6].
L’incomprensione della performatività del genere è questa: che il genere è una scelta, o che il genere è un ruolo, o che il genere è una costruzione che uno indossa, così come indossa gli abiti la mattina, che c’è un “uno” che viene prima del genere, un uno che va all’armadio del genere e decide consapevolmente di che genere sarà oggi. Questa è una descrizione volontarista del genere che presume un soggetto, intatto, prima che gli venga attribuito un genere. Il senso di performatività del genere che intendevo era ben altra cosa.Il genere è performativo nella misura in cui è l’effetto di un regime di regolazione delle differenze di genere in cui i generi sono divisi e gerarchizzati sotto costrizione. Le costrizioni sociali, i tabù, le proibizioni, le minacce di punizione operano nella ripetizione ritualizzata delle norme, e questa ripetizione costituisce la scena temporalizzata della costruzione e della destabilizzazione del genere. Non c’è un soggetto che precede od attua questa ripetizione delle norme. Nella misura in cui questa ripetizione crea un effetto di uniformità del genere, un effetto stabile di mascolinità o femminilità, essa egualmente produce e destabilizza la nozione del soggetto, poiché il soggetto diviene intelligibile solo attraverso la matrice del genere. In verità, uno potrebbe interpretare la ripetizione proprio come ciò che confuta il concetto di padronanza volontaristica designata dal soggetto nella lingua [7].Non esiste un soggetto che sia “libero” di star fuori da queste norme, o di negoziarle standone fuori; al contrario, il soggetto viene retroattivamente prodotto da queste norme nella loro ripetizione, proprio come loro effetto. Quella che potremmo chiamare “capacità di agire”, “libertà” o “possibilità” è sempre una prerogativa politica specifica che è prodotta dai varchi lasciati aperti dalle norme regolatrici, nel lavoro di interpellazione di tali norme, nel processo della loro autoripetizione. Libertà, possibilità, capacità di agire non hanno uno status astratto o presociale, ma sono sempre negoziate all’interno di una matrice di potere.La performatività del genere non è una questione di scegliere di che genere uno sarà oggi. La performatività è una questione di reiterare o ripetere le norme che costituiscono una persona: non è la fabbricazione radicale di un sé dotato di genere. È una ripetizione obbligatoria di norme a priori e soggettivanti, di cui non ci si può sbarazzare a volontà, ma che operano, animano e costringono il soggetto dotato di genere, e che sono anche le risorse da cui si devono forgiare resistenza, sovversione e piazzamento. La pratica con cui si verifica il genere, l’incarnazione delle norme, è una pratica obbligatoria, una produzione forzata, ma non per questo completamente determinante. Nella misura in cui il genere è un compito, è un compito che non è mai adempiuto completamente secondo le aspettative, un compito il cui destinatario non abita mai alla perfezione l’ideale a cui ella od egli è obbligata/o ad approssimarsi.Quest’incapacità di approssimarsi alla norma, però, non è la stessa cosa del sovvertire la norma. Non c’è alcuna promessa che la sovversione seguirà dalla reiterazione delle norme costituenti; non c’è garanzia che esporre lo stato naturalizzato dell’eterosessualità porterà alla sua sovversione. L’eterosessualità può aumentare la sua egemonia attraverso la sua denaturalizzazione, come quando vediamo delle parodie denaturalizzanti che reidealizzano le norme eterosessuali senza metterle in discussione. Ma talvolta proprio il termine che dovrebbe annichilirci diventa il luogo della resistenza, la possibilità di un significato politico e sociale abilitante: penso che lo abbiamo visto assai chiaramente nella stupefacente trasvalutazione che ha subìto il termine “queer”: Questa per me è l’attuazione di una proibizione e di una degradazione contro se stesse, la germinazione di un diverso ordine dei valori, di un’affermazione politica da ed attraverso proprio quel termine che in un precedente uso aveva per obiettivo finale lo sradicamento proprio di quest’affermazione.Può sembrare comunque che si sia una differenza tra l’incarnare od eseguire le norme di genere e l’uso performativo del linguaggio. Sono questi due diversi significati di “performatività”, oppure convergono come modi di citazione in cui il carattere obbligatorio di alcuni imperativi sociali viene assoggettato ad una deregolamentazione più promettente? Le norme di genere operano richiedendo di incarnare certi ideali di femminilità e mascolinità, i quali sono praticamente sempre legati all’idealizzazione del legame eterosessuale. In questo senso, il performativo iniziale: “È una bambina!” anticipa l’arrivo finale della proclamazione: “Vi dichiaro marito e moglie”. Da qui viene anche la particolare squisitezza della vignetta in cui l’infante viene per la prima volta interpellata dicendo di lei: “È una lesbica!”. Anziché essere una barzelletta essenzialista, l’appropriazione queer del performativo scimmiotta e smaschera sia il potere vincolante della norma eterosessuale, che la sua espropriabilità.Nella misura che il dare un nome alla “bambina” è transitivo, ovvero, inizia il processo per cui viene forzata una certa “bambinazione” [girling], il termine, o, semmai, il suo potere simbolico, governa la formazione di una femminilità attuata corporalmente, che non si approssima mai completamente alla norma. Questa è però una “bambina”, che è obbligata a “citare” la norma per qualificarsi e restare un soggetto valido [viable]. La femminilità quindi non è il prodotto di una scelta, ma la citazione forzata di una norma, una norma la cui complessa storicità non può essere dissociata da relazioni di disciplina, regolazione, punizione. Infatti, non esiste “uno” che assume una norma di genere. Al contrario, la citazione della norma di genere è necessaria per qualificarsi come “uno”, per diventare valido come “uno”, dove la formazione del soggetto dipende dal previo operare di norme di genere legittimanti.È nei termini di una norma che impone una certa “citazione” perché si produca un soggetto valido, che bisogna ripensare la nozione di performatività del genere. Ed è precisamente in relazione a tale citazionalità obbligatoria che si deve spiegare anche la teatralità del genere. La teatralità non si deve mescolare con l’esibizione di sé o la creazione di sé. Infatti, nella politica queer, nel vero significato che è “queer”, noi leggiamo una pratica resignificante in cui il potere desanzionante del nome “queer” è rovesciato per sanzionare una contestazione dei termini della legittimazione sessuale. Paradossalmente, ma in modo anche assai promettente, il soggetto che viene “queerizzato” nel discorso pubblico con interpellazioni omofobe di vario genere si appropria proprio di questo termine [“queer”] o lo cita facendone la base discorsiva di un’opposizione. Questo tipo di citazione emergerà come teatrale nella misura in cui scimmiotta ed esagera la convenzione del discorso che inoltre rovescia. Il gesto iperbolico è cruciale per lo smascheramento della “norma” omofobica che non può più controllare i termini delle sue stesse strategie di abiezione.Contrapporre il teatrale al politico all’interno dell’attuale politica queer, io direi, è impossibile: l’iperbolica esecuzione della morte nei “die-in” [manifestazioni in cui ci si getta a terra come morti, NdR], e l’”esplicitazione” teatrale con cui l’attivismo queer ha sabotato la distinzione ghettizzante [closeting] tra spazi pubblici e privati, hanno fatto proliferare dei siti di politicizzazione e coscienza del pericolo AIDS in tutta la sfera pubblica. Infatti, si potrebbe raccontare un bel ciclo di storie in cui è in gioco la crescente politicizzazione della teatralità per i queer (una cosa ben più produttiva, penso io, dell’insistere che nell’essere queer [queerness] i due sono opposti polari). Questa storia potrebbe includere tradizioni di cross-dressing, balli drag, prostituzione in strada [streetwalking], spettacoli di camioniste con femmine [butch-femme spectacles], lo slittamento tra la “marcia” (New York City) e la “parata” (San Francisco); i die-in di ACT UP, i kiss-in di Queer Nation, le serate in drag per l’AIDS (in cui inserirei anche quelle di Lypinska e di Liza Minelli, in cui ella, alla fine, fa Judy) [8]; la convergenza del lavoro teatrale con l’attivismo teatrale [9]; eseguire eccessiva sessualità lesbica che in modo efficace contrasta la desessualizzazione della lesbica, interruzioni tattiche di forum pubblici da parte di attivisti lesbiche e gay per attrarre l’attenzione e l’indignazione del pubblico all’incapacità del governo di finanziare la ricerca sull’AIDS ed il raggiungere chi ne soffre.
La crescente teatralizzazione dell'ira politica in risposta alla micidiale disattenzione dei politici sulla questione dell'AIDS è allegorizzata nella ricontestualizzazione di "queer", da suo luogo all'interno di una strategia omofobia di abiezione ed annichilimento ad un'insistente e pubblica cesura di quest'interpellazione dall'effetto della vergogna. Nella misura in cui la vergogna è prodotto dello stigma non solo dell'AIDS, ma anche dell'essere "queer" [queerness], ove quest'ultima cosa è compresa attraverso una causalità omofoba come la "causa" e la "manifestazione" della malattia, l'ira teatrale è parte della resistenza pubblica a quest'interpellazione della vergogna. Mobilitata dalle ferite dell'omofobia, l'ira teatrale reitera queste ferite proprio attraverso un "acting out", uno che non si limita a ripetere od a recitare tali ferite, ma che impiega un'iperbolica manifestazione della morte e delle ferite per travolgere la resistenza epistemica all'AIDS ed alla sfrontatezza della sofferenza, od un'iperbolica manifestazione di baci per infrangere l'epistemica cecità ad un'omosessualità sempre più sfrontata e pubblica.
Note
[6] La teatralità non è per questo completamente intenzionale, ma avrei potuto rendere questa lettura possibile riferendomi al genere come "intenzionale e non-referenziale" in "Performative Acts and Gender Constitution = Atti performativi e costituzione del genere". Uso il termine "intenzionale" in uno specifico significato fenomenologico. "Intenzionalità" in fenomenologia non significa volontario o deliberato, ma, semmai, è un modo di caratterizzare la coscienza (od il linguaggio) come avente un oggetto, più specificamente, come diretta verso un oggetto che può o non può esistere. In questo senso, un atto di coscienza può intendere (presumere, costituire, percepire) un oggetto immaginario. Il genere, nella sua idealità, può essere inteso come un oggetto intenzionale, un ideale che è costituito ma che non esiste. In questo senso, il genere sarebbe come il "femminino", discusso da Cornell come una cosa impossibile in Beyond Accomodation.[7] In questo senso, uno potrebbe utilmente interpretare la ripetizione performativa delle norme come l'operazione culturale della ripetizione-compulsione nel senso di Freud. Questa sarebbe una ripetizione non al servizio della padronanza del piacere, ma come quella che ne distrugge completamente la padronanza. È stato in questo senso che Lacan ne I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi argomenta che la ripetizione segna il fallimento della soggettivazione: quello che si ripete nel soggetto è proprio quello che non si padroneggia o non si può padroneggiare.[8] Vedi Román [Román, David. "It's My Party and I'll Die If I Want To!": Gay Men, AIDS and the Circulation of Camp in U.S. Theatre." Theatre Journal 44 (1992): 305-27 - dalla bibliografia in calce all'articolo, NdR]
[9] Vedi Kramer; Crimp and Rolston; e Sadownick. I miei ringraziamenti a David Román per avermi indicato quest'ultimo saggio. [Seguono i riferimenti bibliografici - NdR]
Kramer = Kramer, Larry, Reports from the Holocaust: The Making of an AIDS Activist. New York: St. Martin's Press, 1989
Crimp and Rolston = Crimp, Douglas, and Adam Rolston, eds. AIDS DemoGraphics. Seattle: Bay Press, 1990
Sadownick = Sadownick, Doug: "ACT UP Makes a Spectacle of AIDS." High Performance 13.1, no. 49 (1990): 26-31.