Arcigay. Quirinale. Grande amarezza. Partito democratico incapace di interpretare il cambiamento


Arcigay. Quirinale. Grande amarezza. Partito democratico incapace di interpretare il cambiamento E’ grande l’amarezza per il risultato delle elezioni del Presidente della Repubblica. Stefano Rodotà esprimeva il meglio a cui si potesse aspirare per laicità, competenza, modernità di pensiero. L’infantilismo politico e regie occulte inconfessabili hanno prodotto il disastro che sta sotto gli occhi di tutti. E la responsabilità di questo disastro va tutta al Partito Democratico. Un partito in preda a un incredibile cupio dissolvi che lo ha portato a buttare via una delle personalità piú di pregio che veniva dalle sue stesse fila. E’ lo stesso partito che ci prometteva Pacs, Dico, Cus e poi nulla. E’ lo stesso partito che, non ascoltandoci, si faceva affossare una sua propposta di legge contro l’omofobia per incostituzionalità. E’ lo stesso partito che ci ha regalato i veti al matrimonio tra persone dello stesso sesso dei vari Binetti, Bindi, Fioroni, D’Alema e altri. Chiedevamo un cambio di rotta, non una retromarcia. A Giorgio Napolitano, comunque sia, esprimiamo i nostri migliori auguri per il suo mandato.

 Flavio Romani, presidente Arcigay

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The Church and the Homosexual / John J. McNeill

Ho appena finito il libro:
Che ho trovato molto utile in quanto smonta le basi dell’omofobia di tipo cattolico; è un vero peccato però che lo faccia convertendo l’omofobia in bifobia.

Le prime avvisaglie di questo si hanno quando egli affronta, alle pagine 53-56, Romani 1:26, che qui riporto nella versione della Nuova Riveduta:
Per questo Dio li ha abbandonati a passioni infami; le loro donne hanno cambiato i rapporti naturali in rapporti contro natura.
McNeill osserva che non si può pensare che Paolo intendesse l’espressione “parà phýsin = contro natura” come la intendiamo noi, cioè contro una legge universale per tutti valida, perché questo concetto risale alla Bassa Scolastica, ovvero a dodici secoli dopo Paolo; Paolo probabilmente intendeva “phýsis = natura” al modo degli Stoici, ovvero come la legge a cui deve conformarsi il singolo essere.

La scommessa di McNeill è dimostrare che esistono persone la cui “phýsis = natura” è proprio l’avere rapporti omosessuali anziché eterosessuali (non ci vuol molto: ci ha già pensato la psichiatria del 19° Secolo); di queste persone non si può dire che hanno rapporti omosessuali perché Dio ha voluto punirle infliggendo una passione contraria alla loro natura, e così loro vengono sdoganate.

Sbaragliato Paolo di Tarso, è facile espugnare Tommaso d’Aquino: egli tratta dell’omosessualità nella parte della Summa Theologiae (latino, inglese, versione bilingue latino-italiano zippata) che tratta della libidine sfrenata, come se non esistessero persone la cui natura è avere rapporti omosessuali, ma soltanto persone  “diversamente etero” (per citare il titolo di un interessante documentario), ovvero eterosessuali che hanno rapporti omosessuali solo per vizio (come le donne delle fantasie erotiche di molti uomini, potrei dire); ma la dimostrazione precedente, che cioè le persone omosessuali esistono, lascia senza argomenti il Dottor Angelico.

Al racconto biblico di Sodoma e Gomorra John McNeill dedica una lunga ed approfondita confutazione dell’interpretazione tradizionale ed omofoba, che non riporto qui perché un’altra cosa mi preme: chi paga il dazio di questo sdoganamento.

Se ci sono persone che hanno rapporti omosessuali conformemente alla propria natura, ed altre che li hanno contrariamente alla propria natura (se queste ultime non ci fossero, il brano paolino citato non avrebbe alcun senso, e l’ex-gesuita John J. McNeill non se lo può permettere), allora diventa possibile scrivere il brano alle pagine 41-42 che qui vi traduco:
(…) Noi dobbiamo perciò distinguere l’invertito dal pervertito.Il pervertito non è un omosessuale genuino; semmai, è un eterosessuale che si dà a pratiche omosessuali, od un omosessuale che si dà a pratiche eterosessuali. Questa distinzione tra la condizione dell’inversione ed il comportamento della perversione è indispensabile per una corretta interpretazione delle fonti bibliche e della tradizione.
Il vero problema morale dell’omosessualità ha a che fare con il giudicare il valore morale dell’attività sessuale tra omosessuali genuini che cercano di esprimere il loro amore reciproco con un gesto sessuale. La Scrittura la si può interpretare come la condannatrice chiara ed esplicita della vera attività omosessuale solo se la si può interpretare come condannatrice dell’attività del vero invertito. Ma con molta difficoltà si può dire che la Bibbia si riferisce a tali situazioni, dacché la condizione di inversione, con tutte le sue peculiarità, era abbastanza ignota al tempo. Di contro, c’è ampia prova che nella maggior parte dei luoghi in cui la Scrittura affronta l’omosessualità, l’autore aveva probabilmente in mente quella che noi oggi chiameremmo perversione, ovvero l’indulgere in attività omosessuali da parte di coloro che per natura avevano un’inclinazione eterosessuale.
All’anatema religioso segue la diagnosi psicopatologica, che si trova alle pagine 182-183:
Però, la vera scelta morale riguarda l’impegnarsi o l’incapacità di impegnarsi con un altro essere umano suo prossimo. Le persone che deliberatamente rimangono allo stadio immaturo dell’ambiguità nelle loro preferenze sessuali tenderanno a rimanere senza impegno nelle loro relazioni personali. La mancanza di un vero impegno verso un’altra persona umana è, forse, la mancanza morale essenziale in ogni relazione sessuale, sia essa eterosessuale od omosessuale. Noi abbiamo già esplorato le ragioni di prudenza per scegliere un orientamento eterosessuale ogniqualvolta questa rimane una possibilità aperta. Ma la primaria questione morale è quella della qualità dell’impegno che uno ha verso un altro essere umano suo prossimo. Finché l’ambiguità soggettiva della propria preferenza sessuale è usata per razionalizzare l’incapacità di impegnarsi con fedeltà in una genuina relazione di amore sessuale, quell’ambiguità dovrebbe essere considerata uno stato amorale. Però, per uno che entra attivamente in relazioni sessuali, il mantenere tale ambiguità allo scopo di evitare l’impegno potrebbe essere una scelta immorale.
Dopo aver precisato che McNeill ora si guarda bene dal consigliare l’eterosessualità a chi può abbracciarla (lo precisa nell’Appendice 1), in quanto le vittorie del movimento LGBT hanno reso meno cogenti le “ragioni di prudenza” a cui accennava, va detto che in questo brano McNeill dimostra di ritenere mature solo le persone che coltivano l’attrazione per un genere solo (McNeill conosce benissimo la differenza tra sesso e genere, e ricorda più volte che noi nasciamo maschi e femmine, ma diventiamo uomini e donne).

Questo giudizio non aveva molto senso già nel 1976, anno della prima edizione del libro, ne aveva ancor meno nel 1993 (anno di questa edizione), e non ne ha più nessuno adesso - e provo a spiegare perché.

Distinguiamo innanzitutto l'orientamento sessuale dall'identità sessuale; come aveva già notato Kinsey, l'orientamento sessuale è un continuum: si passa da persone eterosessuali al 100% a persone omosessuali al 100%, ed in mezzo ci sono le persone attratte in diversa misura da entrambi i sessi (che sono in verità la maggioranza: oltre ai bisessuali dichiarati, sono ben pochi i maschi ed ancora meno le femmine che possono dire di non essere mai stati attratti da persone del genere “sbagliato”).

Ragionare in termini di percentuali (e magari su più dimensioni, come faceva Klein) è utile per la ricerca, ma scomodo per la vita quotidiana, per cui la gente non usa categorie continue, ma discrete - non si dice in che percentuale si è attratti da un genere o dall'altro, ma si dice: “Io sono etero”, “Io sono omo”, “Io sono bi”, eccetera.

Non c'è niente di sbagliato ad adottare un'identità, purché ci si ricordi che essa è una costruzione arbitraria, che un individuo ha molteplici identità che si intersecano (e quindi nessuna lo esaurisce), e non si ceda alla tentazione di dividere le identità in “elette” e “reiette”.

McNeill cerca di spiegare ai suoi (ex-)colleghi teologi per quale motivo Dio (e non il demonio) avrebbe voluto che alcune persone fossero omosessuali, e questo, da una parte gli fa invocare i più frusti stereotipi (i gay sarebbero più spirituali, più empatici, più artistici, ci ricorderebbero la fondamentale differenza tra il sesso ed il genere, ecc.), che non sono meno pericolosi solo perché più lusinghieri, dall'altra lo costringe a dare alle identità eterosessuale ed omosessuale un fondamento metafisico - anziché riconoscere che sono culturalmente e storicamente determinate.

Eppure lui sa benissimo che la Bibbia non parla dell'omosessualità in senso moderno, ed aveva capito benissimo la differenza tra sesso (biologico) e genere (culturale) - ma tutto  questo non lo ha aiutato quando ha dovuto trattare le identità sessuali.

Inoltre, il credere che le uniche identità “elette” perché facenti parte del piano divino siano quella eterosessuale ed omosessuale gli impedisce di rendersi conto che esistono altre possibili identità sessuali, come quella bisessuale (che tipicamente preferisce un genere all'altro, anche se sa di essere attratto da entrambi), pansessuale (quello che si sente attratto dalle persone indipendentemente dal loro genere), queer (che bellamente ignora e sfida le divisioni dell'umanità in generi ed orientamenti sessuali), tutte quante non meno sane di quella etero ed omo.

Se una persona come McNeill è convinta che uno maturando debba assumere un'identità etero od omo, allora un orientamento sessuale che lo rende attratto in misura eguale o quasi da ambo i generi viene tacciato di “ambiguità”, e l'assumere un'identità bisessuale, conforme a tale orientamento, viene visto come segno di immaturità ed incapacità di impegnarsi.

In realtà, i bisessuali non sono peggiori degli eterosessuali o degli omosessuali; la bisessualità è un sintomo psicopatologico soltanto se si manifesta come oscillazione tra un’identità eterosessuale ed una omosessuale, e nel quadro di una grave instabilità dell'immagine di sè che si manifesta anche in altri campi della vita (le semplici fluttuazioni dell'orientamento sessuale vengono normalmente considerate casi di "fluidità sessuale", uno dei modi in cui si manifesta la bisessualità); la maggior parte dei bisessuali ha invece un'identità solida, chiaramente percepibile da chi non si senta obbligato a salvare la faccia a San Paolo.

Oltretutto, McNeill nel suo libro spiega chiaramente che l’argomento del “contro natura” viene facilmente smontato dalla vita quotidiana: la bocca nei vertebrati inferiori nasce per mangiare, ma nella nostra specie serve anche a parlare; nei primati le mani servono ad afferrare, ma a noi umani permettono di scrivere o disegnare in molti modi - non c’è niente di inumano od innaturale quindi nel fatto che due omosessuali maschi o femmine facciano dei loro genitali un uso diverso da quello “aperto alla riproduzione” che ha fatto coevolvere peni e vagine.

Non si capisce quindi perché mai una persona non possa portare l’astrazione dalla biologia e l’immersione nella cultura, caratteristiche precipue della specie umana secondo McNeill, fino al punto rendere la propria attrazione sessuale e disponibilità erotica ed affettiva indipendente dal sesso e dal genere delle persone.

Peccato che il libro di McNeill abbia questo grosso limite – limite che temo spieghi perché McNeill abbia scritto poi un libro intitolato “Freedom, Glorious Freedom : The Spiritual Journey to the Fullness of Life for Gays, Lesbians, and Everybody Else”, che nel titolo parla di “gay, lesbiche e chiunque altro”, ma non di bisessuali o trans.

Il libro era stato pubblicato nel 1976 con l’“imprimi potest” del Generale dell’Ordine dei Gesuiti dell’epoca, Pedro Arrupe, dopo due anni di intenso “peer-review”, e ne era uscita anche una traduzione italiana per i tipi di Città Nuova Editrice.

Ma nel 1978 la Congregazione per la Dottrina della Fede fece revocare l’“imprimi potest”, in quanto, malgrado l’ammonimento dello stesso autore che “imprimi potest” non vuol dire che il testo è perfettamente conforme alla dottrina cattolica (si sarebbe chiesto e concesso in quel caso l’“imprimatur”), bensì che affronta con il debito rigore temi controversi per un lettore specialista che deve usare spirito critico e discernimento, il libro era stato letto avidamente da molti uomini della strada cattolici che stavano creando una pericolosa fronda.

Conseguenza di questa revoca fu il ritiro dalla circolazione dell’edizione italiana – ed anche l’edizione americana che sto leggendo è stata stampata da una casa editrice unitariana (gli unitariani negano il dogma della Trinità); l’autore fu condannato al silenzio sulle questioni relative a sessualità ed omosessualità, ed avendo egli rifiutato di cessare il suo ministero pastorale tra gay e lesbiche, fu espulso dalla Societas Jesu, per intervento dell'allora Generale Peter Hans Kolvenbach, nel 1987.

John J. McNeill si è sposato a Toronto con il suo compagno di una vita Charles Chiarelli nel Settembre 2009, nell’Europride del 2011 a Roma fu tra gli ospiti d’onore, ed ulteriori notizie su di lui si possono trovare in: http://www.johnjmcneill.com/ ; oppure si può guardare questo documentario su di lui: http://www.takingachanceongod.com/ .

Raffaele Ladu

Luca 10:10-12 secondo John McNeill, ex-gesuita

John McNeill, ex-gesuita
Sto cominciando a leggere il libro:
The Church and the Homosexual / John McNeill. - 4th Edition. - Boston : Beacon Press, 1993. - ISBN 9780807079317
e già alle pagine xix-xx dell'Introduzione alla Quarta Edizione (scritta nel 1993, ma tuttora attualissima), mi ha insegnato qualcosa di utile.

Leggiamo il brano (la traduzione è mia):
A questo punto, l'ignoranza e la distorsione dell'omosessualità, l'uso di "stereotipi e falsità" in un documento vaticano ufficiale, induce noi che siamo cattolici gay ad emanare un serio monito al Vaticano. La vostra ignoranza non la si può più scusare come incolpevole, è diventata per forza deliberata e malvagia. A nome di tutti i gay cattolici, e dei gay e delle lesbiche di ogni luogo, io grido: "Basta!" Basta con le vostre distorsioni delle Scritture che fanno degli omosessuali il capro espiatorio di ogni disastro! Lo stesso Gesù in Luca 10:10 ha riconosciuto che il peccato di Sodoma era la mancanza di ospitalità verso lo straniero, eppure sostenete l'interpretazione di quel peccato come l'attività omosessuale. (...)
Il rimando a Luca 10:10 è molto interessante, ma penso che varrebbe la pena leggere anche i due versetti successivi - copiamoli dalla Nuova Riveduta pubblicata in questo sito (e che Padre McNeill mi perdoni):
10. Ma in qualunque città entriate, se non vi ricevono, uscite sulle piazze e dite: 
11. "Perfino la polvere della vostra città che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scotiamo contro di voi; sappiate tuttavia questo, che il regno di Dio si è avvicinato a voi". 
12. Io vi dico che in quel giorno la sorte di Sodoma sarà più tollerabile della sorte di quella città.
Se noi diamo retta all'interpretazione tradizionale della Chiesa, ovvero che il peccato di Sodoma era la "sodomia", allora il discorso di Gesù è forte nei toni, ma poco efficace dal punto di vista retorico; se invece accogliamo l'interpretazione tradizionale ebraica, ovvero che il peccato di Sodoma fu il mancare di ospitalità, allora il discorso di Gesù acquista grande potenza oratoria.

Egli infatti sta incaricando i discepoli, a due a due, di andare nelle città ad annunciare il regno di Dio, e con l'allusione a Sodoma sta dicendo loro che il loro ruolo è paragonabile a quello della coppia di angeli che Dio mandò a Sodoma per verificare se le lamentele contro quella città erano fondate (v. Genesi, capitoli 18 e 19).

Minacciare gli abitanti di una città di una punizione paragonabile a quella di Sodoma non avrebbe senso se il peccato di Sodoma fosse stato la penetrazione anale, e quello della città di aver respinto i discepoli; se invece le  due città sono ree del medesimo peccato, la mancanza di ospitalità, allora ha senso minacciare una punizione paragonabile - grave, perché grave era il dovere dell'ospitalità nel mondo biblico.

Anche gli ebrei che sono omofobi quasi come la Chiesa cattolica concordano che il peccato di Sodoma era questo, e che la minaccia di violenza sessuale agli angeli era solo un dettaglio in un quadro di violenze e soprusi (vedi Ezechiele 16:49) - e non si dovrebbe separare Gesù dalla tradizione ebraica, se non a ragion veduta.

Se poi questa tradizione consente di dare alle parole di Gesù una pregnanza oratoria degna di lui, è bene seguirla.

Raffaele Ladu

La prima tavola rotonda bisessuale americana


Una delle conferenze “Creating Change = Creare il cambiamento = http://www.creatingchange.org/ ” della “National Gay and Lesbian Task Force = Forza Speciale Nazionale Gay e Lesbica = http://www.thetaskforce.org/ “ tenutasi quasi due mesi fa ad Atlanta è servita da sfondo per un gruppo di attivisti bisessuali che si è riunito per la prima “Bisexual Leadership Roundtable (BRC) = Tavola rotonda della Dirigenza Bisessuale” per discutere i modi di affrontare le questioni che toccano i bisessuali.

La presidentessa di BiNet USA (http://www.binetusa.org/ ), Faith Cheltenham, e la presidentessa di “Bisexual Resource Center = Centro di Risorse Bisessuale = http://www.biresource.net/ “, Ellyn Ruthstrom, hanno pianificato e facilitato la tavola rotonda per stabilire collegamenti più profondi tra i diversi partecipanti, che, secondo un comunicato stampa, sono venuti da California, Minnesota, Michigan, Massachussets, Florida, New York, Texas e Washington, DC.

Intervistata da EDGE ( http://www.edgeonthenet.com/ ), Ruthstrom ha detto che per anni si è progettata questa tavola rotonda, ma la mancanza di fondi ha impedito di realizzare questo sogno prima.

“Ci sono voluti due anni per farla,” ha detto Ruthstrom ricordando i piani di tenere un giorno quest’evento, “E’ stato molto eccitante realizzarla infine”.

La tavola rotonda ha dato alle varie organizzazioni ed ai vari dirigenti bi l’opportunità di parlarsi delle cose che accadono al movimento bi e di vedere se possono fare un lavoro migliore comunicando e raccogliendo fondi, ha detto lei [Ellyn Ruthstrom].

Sia BRC che BiNet USA hanno più di 20 anni, e come la maggioranza delle organizzazioni che si rivolgono alla comunità bisessuale, Ruthstrom ha detto che la maggioranza delle organizzazioni bi ha potuto sopravvivere solo grazie al sostegno dei volontari ed alle donazioni. La mancanza di fondi impedisce alle organizzazioni di creare dei piani strategici e di avere del personale pagato.

Sia Cheltenham che Ruthstrom sentono che è ironico che, mentre ci sono diverse fondazioni che sostengono le organizzazioni LGBT, molte di loro non badano alle organizzazioni bi.

“Ci abbiamo provato tutti a creare la nostra base di donatori,” ha detto Ruthstrom delle modalità uniche che hanno usato la BRC ed altre piccole organizzazioni bi per raccogliere i fondi per far funzionare i loro gruppi.

Secondo un articolo dello Huffington Post ( http://www.huffingtonpost.com/  ) pubblicato lo scorso gennaio, il rapporto di “Funders for LGBTQ Issues = Finanziatori per le questioni LGBTQ = http://www.lgbtfunders.org/ ” dicono che “l’importo totale dato dalle fondazioni per progetti specificamente bi nel 2009 e nel 2010 (gli ultimi anni per cui sono disponibili i dati) è stato di zero dollari”.

Secondo lo Huffington Post, “Il rapporto del 2010 contiene alcuni indicatori postivi, così come altri problematici per il nostro settore … I finanziamenti ai progetti sono cresciuti del 12% per la comunità lesbica, e del 24% per gli uomini gay; sebbene sia cresciuto il numero di finanziamenti diretti ai transgender, il totale del denaro impiegato per le questioni transgender è diminuito del 5%, ed il sostegno alle questioni prettamente bisessuali è rimasto a zero per il secondo anno di seguito. Zero. Neppure un dollaro. Per due anni”.

Gli organizzatori bisessuali sperano che appaiano all’orizzonte delle opportunità di finanziamento

Ma Ruthstrom spera che questo cambi presto. Secondo lei, i frequentatori della Tavola rotonda per la Dirigenza Bisessuale hanno potuto incontrare dei finanziatori delle organizzazioni LGBT alla 25^ conferenza di Creare il Cambiamento all’inizio dell’anno, e spera che ci siano anche per le organizzazioni bisessuali delle opportunità di ricevere fondi.

In parallelo alla tavola rotonda che è durata tutto il giorno, i membri della tavola rotonda si sono incontrati pure con l’ambasceria [“liaison”] della Casa Bianca presso la comunità LGBTQ, con dei rappresentanti delle organizzazioni LGBTQ di raccolta fondi, e la Direttrice Esecutiva della National Gay and Lesbian Task Force Rea Carey, per informarle delle preoccupazioni della comunità bi e per forgiare relazioni più forti per espandere il lavoro in corso.

Mentre i finanziamenti sono una preoccupazione prioritaria, il gruppo sta cercando anche di affrontare il grosso problema della discriminazione. Anche se i bisessuali sono inclusi nella sigla LGBT, Cheltenham ha detto che i bisessuali spesso subiscono discriminazioni non solo nella società in generale, ma anche nella comunità LGBT.
In un’intervista con EDGE, Cheltenham ha detto che l’obbiettivo è concentrarsi sul superare la discriminazione – specialmente quella sul posto di lavoro ed istruire la gente sulla bisessualità.

“I bisessuali sono discriminati sul posto di lavoro. Sono visti come impromuovibili perché sono visti come inaffidabili,” ha notato Cheltenham. E questo è il motivo per cui molti bisessuali non fanno il coming out sul posto di lavoro: “Mentre essere gay diventa più normale, i bisessuali stanno diventando i nuovi froci [queer]”.

Cheltenham sente che questa discriminazione può essere tuttora molto forte contro i bisessuali perché “nessuno lavora sulle questioni bisessuali”. Cheltenham, orgogliosa bisessuale ed attivista, ha aggiunto, “Non è che non sappia nulla dell’essere etero … Le persone come me sono circa la metà della popolazione LGBT”.

Ruthstrom concorda. La discriminazione e la confusione ci sono ancora a proposito della bisessualità, ma ella ha detto: “La bisessualità è un orientamento – come essere etero o gay”.

Riferendosi alla popolare canzone di Lady Gaga “Born This Way = Nata così”, Ruthstrom ha suggerito che la bisessualità è un orientamento della sessualità, anche se molte persone la vedono come un comportamento sessuale. Il suo desiderio è che la gente impari a vedere la bisessualità come un orientamento, “e davvero capisca che è una cosa positiva. La sessualità umana è complessa,” ella ha osservato, “Non è di tutti la sessualità che si può chiudere nelle scatole ‘etero’ e ‘gay’.”

Quelli che partecipavano alla tavola rotonda erano felici di avere quest’opportunità. Secondo il comunicato stampa del gruppo, Billy Jones-Hennin di Washington, DC, era il partecipante con la maggiore anzianità nel movimento, ed ha entusiasticamente avallato l’incontro dei dirigenti.

“Data la perdurante esclusione ed invisibilità dei bisessuali, così come l’ignoranza ed il diniego della bisessualità, do il benvenuto alla riunione delle organizzazioni bi per darci una voce più forte per la vera eguaglianza”, ha detto Jones-Hennin. “La Tavola rotonda della Dirigenza Bisessuale era necessaria da tempo, una folata di aria fresca, ed un rispecchiamento della nostra diversità.”

Cheltenham ha aggiunto, “BiNet USA saluta tutte ed ognuna delle organizzazioni che hanno partecipato alla tavola rotonda per le idee che hanno fornito in spirito di collaborazione e comunità. Mentre noi possiamo avere diverse dichiarazioni d’intenti, ogni organizzazione ha portato sul tavolo un vero impegno a lavorare insieme sulle necessità urgenti dela nostra comunità profondamente trascurata.”

Mentre gran parte del lavoro si fa nella base, lei ha detto che è importante avere luoghi come BiNet perché, “quando lo fai, salva delle vite.” Il gruppo sta anche lavorando per pubblicare degli annunci attraverso vari media che dicano quanto sono meravigliose e possono essere meravigliose le vite dei bisessuali, ha detto Cheltenham.

I frequentatori della tavola rotonda hanno predisposto dei piano per delle teleconferenze trimestrali, ed incontri di persona annuali nei quali dei rappresentanti delle organizzazioni nazionali, regionali e locali possono riunirsi per continuare il lavoro. Si sono creati dei gruppi di lavoro per le strategie di raccolta fondi, ricerca di contatti politici e fare rete con le persone di colore e le comunità trans, creazione di abilità nell’uso dei social networks, l’istruzione pubblica ed i media, la gestione della Tavola rotonda della Dirigenza Bisessuale ed un progetto di stima delle necessità nazionali.

Per ulteriori informazioni, visitate http://www.binetusa.org/ oppure http://www.biresource.net/ .

Traduzione di Raffaele Ladu

Chi protegge il bambino queer?

 «Gli integralisti cattolici, ebrei o musulmani, i sostenitori di Jean-François Copé senza più vergogna di esserlo, gli psicanalisti edipici, i socialisti naturalisti alla Jospin, i sinistrorsi eteronormativi e la truppa sempre più ingrossata di coloro che sono alla-moda retrogradi si sono trovati d’accordo domenica scorsa per fare del “diritto del bambino ad avere un padre ed una madre” l’argomento cardine per giustificare la limitazione dei diritti delle persone omosessuali. È stato il loro giorno di uscita, un giganteso outing nazionale degli eterocrati nazionali. Tutti costoro difendono un’ideologia naturalista e religiosa di cui conosciamo bene i fondamenti. La loro egemonia eterosessuale si è sempre retta sul diritto di opprimere le minoranze di sessualità e di genere. Siamo abituati a vederli brandire un’ascia. Il problema sta nel fatto che stavolta forzano i bambini a portare questa loro ascia patriarcale. Il bambino che Frigide Barjot, madrina e portaparola della manifestazione omofoba del 13 gennaio, pretende di proteggere non esiste. I difensori dell’infanzia e della famiglia si richiamano alla figura politica di un bambino che loro stessi costruiscono, un bambino presupposto eterosessuale e dal genere conforme alla norma. Un bambino privato di qualunque forza di resistenza, di qualunque possibilità di fare un uso libero e collettivo del proprio corpo, dei suoi organi, dei suoi fluidi sessuali. Questa infanzia che pretendono proteggere richiama, piuttosto, terrore, oppressione e morte. Frigide Barjot approfitta del fatto che per un bambino sia impossibile ribellarsi politicamente al discorso degli adulti: il bambino è un corpo al quale non viene riconosciuto il diritto di gestirsi, disciplinarsi. Permettetemi di inventare, retrospettivamente, una scena enunciativa, di rendere possibile un diritto di risposta, in nome del bambino eterodisciplinato che sono stata, di difendere una diversa forma di gestione, di comprensione dei bambini che non sono come gli altri. Sono stata il bambino che Frigide Barjot si vanta di proteggere. Oggi mi insorgo a nome dei bambini che questi discorsi fallaci intendono proteggere. Chi difende i diritti del bambino che è differente? I diritti del bambino che ama indossare il colore rosa? Della bambina che sogna di sposarsi con la sua migliore amica? I diritti del bambin* queer, frocio, lesbica, transessuale, transgenere? Chi difende i diritti del bambino di cambiare genere se lo desidera? I diritti del bambino alla libera autodeterminazione del genere e della sessualità? Chi difende i diritti del bambino a crescere in un mondo senza violenza sessuale, senza violenza di genere? L’onnipresente discorso di Frigide Barjot e dei protettori dei «dritti del bambino ad avere un padre ed una madre» mi fanno pensare al modo di esprimersi del nazional-cattolicesimo della mia infanzia. Sono nat* nella Spagna franchista dove sono cresciut* in una famiglia eterosessuale, cattolica di destra. Una famiglia esemplare, che i destrorsi di oggi potrebbero erigere ad emblema della virtù morale. Ho avuto un padre ed ho avuto una madre. Hanno scrupolosamente adempiuto alla loro funzione di garanti domestici dell’ordine eterosessuale. Nei discorsi che si sentono oggi in Francia contro il matrimonio e la procreazione medicalmente assistita per tutt* riconosco le idee e gli argomenti di mio padre. Nell’intimità del nucleo familiare, mio padre esprimeva un sillogismo che invocava la natura e la legge morale per giustificare l’esclusione, la violenza e addirittura la messa a morte di omosessuali, travestiti, transessuali. Cominciava così: «un uomo deve essere un uomo e una donna deve essere una donna, come Dio ha voluto », continuava con «ciò che è naturale è l’unione di un uomo e di una donna, per questo gli omosessuali sono sterili » fino all’implacabile chiusa: «se mio figlio o mia figlia fossero omosessuali, preferirei ucciderli ». La figlia ero io. Il-bambino-da-proteggere di Frigide Barjot è il prodotto di un dispositivo pedagogico che fa paura, il sito dove proteggere le proprie proiezioni fantasmagoriche, l’alibi che permette all’adulto di naturalizzare la norma. Quella che Foucault chiamava «biopolitica» è vivipara e pedofila. La riproduzione della nazione ne dipende. Il bambino è un artefatto biopolitico che garantisce la normalizzazione dell’adulto. La polizia del genere sorveglia la culla dei nascituri per trasformarli in bambini eterosessuali. La norma fa le ronde attorno ai corpi più giovani. Se non sei eterosessuale, ti aspetta la morte. La polizia del genere esige qualità differenti dal bambino e dalla bambina. Lavora i corpi fino a far pensare gli organi sessuali come meramente complementari. Prepara la riproduzione dell’eterosessualità, dalla scuola al Parlamento, la industrializza. Il bambino che Frigide Barjot vuole proteggere è la creatura prodotta da una macchina despotica: un destrorso in miniatura che fa campagna per la morte in nome della protezione della vita. Mi ricordo del giorno in cui a scuola dalle suore, erano le Suore Servitrici Riparatrici del Sacro Cuore di Gesù, Madre Pilar ci ha chiesto di disegnare la nostra futura famiglia. Avevo 7 anni. Mi sono disegnata sposata con la mia migliore amica Marta, tre bambini e molti cani e gatti. Già immaginavo un’utopia sessuale nella quale esistesse il matrimonio per tutti, l’adozione, la procreazione medicalmente assistita … Pochi giorni dopo la scuola ha spedito una lettera a casa mia, consigliando ai miei genitori di portarmi da uno psichiatra per poter risolvere al più presto un problema di identificazione sessuale. Numerose rappresaglie hanno seguito questo fatto. Il disprezzo e il rifiuto di mio padre, la vergogna e il senso di colpa di mia madre. A scuola si diffuse la voce che ero lesbica. Cortei di destrorsi alla Copé e di frigidobargiottiani si tenevano quotidianamente davanti alla mia classe. «Sporca lesbica, dicevano, ti violenteremo così impari a scopare come Dio vuole.» Avevo un padre ed una madre, ma sono stati incapaci di proteggermi dalla repressione, dall’esclusione, dalla violenza. Ciò che mio padre e mia madre proteggevano non erano i miei diritti di bambino, ma le norme sessuali e di genere che erano state inculcate loro nel dolore, attraverso un sistema educativo e sociale che puniva qualunque forma di dissidenza attraverso la minaccia, l’intimidazione, il castigo e la morte. Avevo un padre ed una madre, ma nessuno dei due ha potuto proteggere il mio diritto alla libera autodeterminazione di genere e di sessualità. Ho fuggito questo padre e questa madre che Frigide Barjot esige che io abbia, ne dipendeva la mia sopravvivenza. Così, benché io abbia avuto un padre ed una madre, l’ideologia della differenza sessuale e dell’eterosessualità normativa me li hanno confiscati. Mio padre fu ridotto al ruolo di rappresentante repressivo della legge del genere. Mia madre fu destituita da tutto ciò che avrebbe potuto rappresentare al di là della sua funzione di utero, di riproduttrice della norma sessuale. L’ideologia che sostiene ora Frigide Barjot (e che allora si articolava con il franchismo nazionalcattolico) ha spogliato il bambino che ero dal diritto di avere un padre e una madre che avrebbero potuto amarmi e occuparsi amorevolmente di me. È stato necessario molto tempo, sono state necessarie molte lotte e molte battaglie per andare oltre una tale violenza. Quando il governo socialista di Zapatero nel 2005 propose la legge che riconosceva il matrimonio omosessuale in Spagna, i miei genitori, sempre cattolici praticanti di destra, hanno manifestato in favore di questa legge. Hanno votato socialista per la prima volta nella loro vita. Non hanno manifestato solo per difendere i miei diritti, ma anche per rivendicare il loro diritto di essere padre e madre di un bambino non-eterosessuale. Per il diritto ad essere genitori di tutti i bambini, indipendentemente dal loro genere, dal loro sesso, dal loro orientamento sessuale. Mia madre mi ha raccontato che aveva dovuto convincere mio padre, più reticente. Mi ha detto «anche noi abbiamo il diritto di essere i tuoi genitori ». I manifestanti del 13 gennaio non hanno difeso il diritto dei bambini. Difendono il potere di educare i bambini secondo la norma sessuale e di genere, di educarli come presunti eterosessuali. Costoro sfilano nelle strade per mantenere il diritto di discriminare, di punire, di correggere qualunque forma di dissidenza o di deviazione, ma anche per ricordare ai genitori di bambini non-eterosessuali che il loro dovere è quello di vergognarsene, di rifiutarli, di correggerli. Noi difendiamo invece il diritto dei bambini a non essere educati come forza-lavoro e forza-riproduzione dell’ordine sessuale eteronormativo. Noi difendiamo il diritto dei bambini di non essere considerati come futuri produttori di sperma, come futuri uteri. Noi difendiamo il diritto dei bambini ad essere delle soggettività politiche irriducibili ad una identità di genere, di sesso, di razza.»

Grazie a Elfobruno

di Beatriz Preciado Beatriz è un filosofa e scrittrice spagnola, nata a Burgos nel 1970. Si occupa di teoria queer e di studi di genere.
Ha collaborato con El País e insegna storia politica del corpo e teoria di genere all’Università di Parigi VII. In Italia ha pubblicato Pornotopia.

Playboy: architettura e sessualità (Fandango 2010).
• Pubblicato su Libération, 14 gennaio 2013 Traduzione di Sara Garbagnoli, dottoranda in Sociologia alla Sorbona di Parigi.

Risposta a rav Gilles Bernheim


rav Gilles Bernheim
L’articolo [1]Mariage homosexuel, homoparentalité et adoption = Matrimonio omosessuale, omogenitorialità ed adozione” del Gran Rabbino di Francia Gilles Bernheim ha avuto l’onore di essere applaudito da Papa Benedetto 16° e di suscitare un dibattito sulla newsletter [2] dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane [3], prendendo lo spunto dal commento [4a oppure 4b] che ne ha fatto Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera.

Gli articoli della newsletter in proposito che ho trovato finora [10 Gennaio 2013 – 28 Tevet 5743] hanno i numeri [5a, 5b, 5c, 5d], e come potete vedere, mentre [5b] cerca di opporsi timidamente all’omofobia esplicita di [5a] ed a quella implicita nel fatto che gli altri articoli affrontassero solo questioni di metodo (come se il merito fosse già assodato), omofobia rimarcata dall’articolo [6], una riflessione del 2007 del Rabbino Capo di Roma Riccardo di Segni (primario di radiologia all’Ospedale San Giovanni di Roma – quindi, si presume, al corrente del fatto che l’omosessualità non è più considerata una patologia medico-psichiatrica).

Ho voluto abbozzare una risposta a rav Bernheim soprattutto perché, anche grazie ai pensatori, agli scienziati, e ad altre figure intellettuali di notevole rilievo che hanno avuto almeno dall’Emancipazione in poi, gli ebrei godono di maggiore autorità morale rispetto ai cristiani, ed è più difficile ignorarli quando sbagliano.

La mia sfortuna è che non ho mai studiato il francese, quindi sono costretto a citare i brani interessanti di rav Bernheim due volte: la prima in francese, la seconda nella traduzione che ho escogitato - e fatto correggere da Daniele Speziari, che qui ringrazio.

Cominciamo da questo brano:
L’argument du mariage pour tous ceux qui s’aiment ne tient pas: ce n’est pas parce que des gens s’aiment qu’ils ont systématiquement le droit de se marier, qu’ils soient hétérosexuels ou homosexuels.Par exemple, un homme ne peut pas se marier avec une femme déjà mariée, même s’ils s’aiment. De même, une femme ne peut pas se marier avec deux hommes, au motif qu’elle les aime tous les deux etque chacun d’entre eux veut être son mari. Ou encore, un père ne peut pas se marier avec sa fille même si leur amour est uniquement paternel et filial.
Che ho così inteso:
L’argomento del matrimonio per tutti coloro che si amano non regge: non è perché delle persone si amano che hanno sistematicamente il diritto di sposarsi, che siano eterosessuali od omosessuali. Per esempio, un uomo non può sposarsi con una donna già sposata, anche se si amano. Allo stesso modo, una donna non può sposare due uomini, con la scusa che ella ami entrambi e che ognuno di essi voglia essere suo marito. Od ancora, un padre non può sposare la figlia anche se il loro amore è unicamente paterno e filiale.
Allora, i primi esempi di rav Bernheim hanno a che fare con il divieto di poligamia, di cui la giustificazione razionale è quella già espressa dal Vangelo, ovvero che è molto difficile avere più di un coniuge e trattarli tutti allo stesso modo, e perciò la poligamia diventa quasi sempre occasione di ingiustizia e sfruttamento; del resto, gli stessi ebrei (vedi qui) fin dai tempi biblici guardavano alla poligamia con sfavore (pur regolamentandola per tutelare almeno un po’ le mogli) e nell’anno 1000 dell’Era Volgare hanno infine emanato un decreto che la proibisce, salvo casi estremi, ed essa è vietata anche dalla legislazione israeliana.

Per quanto riguarda il caso del padre e della figlia, siamo di fronte al problema dell’incesto: tra adulti consenzienti non sarebbe un problema, ma in quasi tutti i casi implica una violenza, ed è quindi molto opportuno vietarlo; per quanto riguarda l’inciso “anche se il loro amore è unicamente paterno e filiale”, esso mi pare infelice, visto che non ha molto senso un matrimonio in cui non sia previsto l’esercizio della sessualità tra i coniugi.

Più in generale, l’argomento di rav Bernheim è questo: non è vero che tutti i matrimoni sono consentiti, perché in realtà solo alcuni lo sono. È anche l’argomento della Chiesa cattolica, secondo cui il matrimonio non è un diritto, ma le leggi secolari dissentono: già i romani dissero che agli antichi piacque che ognuno avesse la massima libertà di sposarsi, il Codice civile italiano parla non di ciò che consente un matrimonio, ma di ciò che lo impedisce, e la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, ed una recente sentenza della Corte Costituzionale italiana, pongono il matrimonio tra i diritti soggettivi dell’individuo.

Quindi la logica di rav Bernheim va rovesciata, implicitamente per interpretare il diritto vivente, esplicitamente per fondare i diritti futuri: tutti i matrimoni sono leciti, salvo quelli che a prudente giudizio del legislatore sono più nocivi che utili agli sposi – e tra essi rientrano quelli esemplificati da rav Bernheim; il matrimonio gay non ha questi problemi, o meglio, non ne ha più del matrimonio eterosessuale.

Rav Bernheim ricorda che le coppie omosessuali possono già ricorrere ai PACS in Francia, che, almeno a suo dire, offrono ai contraenti quasi tutte le facilitazioni dei matrimoni etero, e quindi a suo giudizio non è il caso di istituire il matrimonio omosessuale, ma di perfezionare la tutela offerta dai PACS – riporto l’argomento per amore di completezza, visto che in Italia non vale.

Rav Bernheim argomenta qui:
Toute l’affection du monde ne suffit pas, en effet, à produire les structures psychiques de base qui répondent au besoin de l’enfant de savoir d’où il vient. Car l’enfant ne se construit qu’en se différenciant, ce qui suppose d’abord qu’il sache à qui il ressemble. Il a besoin, de ce fait, de savoir qu’il est issu de l’amour et de l’union entre un homme, son père, et une femme, sa mère, grâce à la différence sexuelle de ses parents. Les enfants adoptés, eux aussi, se savent issus de l’amour et du désir de leurs parents, bien que ceux-ci ne soient pas leurs géniteurs.

Le père et la mère indiquent à l’enfant sa généalogie. L’enfant a besoin d’une généalogie claire et cohérente pour se positionner en tant qu’individu. Ce qui fait l’humain depuis toujours et pour toujours est une parole dans un corps sexué et dans une généalogie. Nommer la filiation, ce n’est pas seulement indiquer par qui l’enfant sera élevé, avec qui il aura des relations affectives, qui sera son adulte «référent», c’est aussi et surtout permettre à l’enfant de se situer dans la chaîne des générations. Depuis des millénaires, le système sur le quel est fondée notre société est une généalogie à double lignée, celle du père et celle de la mère. La pérennité de ce système garantit à chaque individu qu’il peut trouver sa place dans le monde où il vit, car il sait d’où il vient. Un exercice courant, dès le cours préparatoire, est d’ailleurs de demander à l’enfant de reconstituer son arbre généalogique car, grâce à cet exercice, l’enfant se situe par rapport à son père et à sa mère et aussi par rapport à la société.

Aujourd’hui, le risque de brouiller la chaîne des générations est immense et irréversible. De même que l’on ne peut détruire les fondations d’une maison sans que celle-ci ne s’effondre, on ne peut renoncer aux fondements de notre société sans mettre celle-ci en danger.

L’homoparentalité n’est pas la parenté. Le terme «homoparentalité» a été inventé pour pallier l’impossibilité pour des personnes homosexuelles d’être parents. Ce mot nouveau, forgé pour instaurer le principe d’un couple parental homosexuel et promouvoir la possibilité juridique de donner à un enfant deux «parents» du même sexe, relève de la fiction. En effet, ce n’est pas la sexualité des individus qui a jamais fondé le mariage ni la parenté, mais d’abord le sexe, c’est-à-dire la distinction anthropologique des hommes et des femmes.
Ainsi, en délaissant la distinction hommes-femmes et en mettant en exergue la distinction hétérosexuels-homosexuels, les personnes homosexuelles revendiquent non pas la parenté (la paternité ou la maternité), qui implique le lien biologique unissant l’enfant (engendré) à ses deux parents (géniteurs), mais la «parentalité» qui réduit le rôle du «parent» à l’exercice de ses fonctions éducatives notamment. Or, même dans le cas des enfants adoptés, il ne s’agit pas seulement d’éduquer, mais de recréer une filiation. Il faut donc réaffirmer ici avec force qu’être père ou mère n’est pas seulement une reference affective, culturelle ou sociale. Le terme «parent» n’est pas neutre: il est sexué. Accepter le terme «homoparentalité», c’est ôter au mot «parent» la notion corporelle, biologique, charnelle qui lui estintrinsèque.
Ovvero:
Tutto l’affetto del mondo non basta, infatti, a produrre le strutture psichiche di base che rispondono al bisogno del bambino di sapere da dove viene. Perché il bimbo non si costruisce che differenziandosi, il che suppone che subito sappia a chi assomiglia. Ha bisogno, perciò, di sapere che è uscito dall’amore e dall’unione di un uomo, suo padre, e di una donna, sua madre, grazie alla differenza sessuale dei suoi genitori. Anche i bambini adottati sanno di essere usciti dall’amore e dal desiderio dei loro genitori biologici, anche se non sono i loro genitori legali.

Il padre e la madre indicano al bambino la sua genealogia. Il bimbo ha bisogno di una genealogia chiara e coerente per posizionarsi come individuo. Quello che fa l’umano ora e per sempre è una parola in un corpo sessuato ed in una genealogia. Nominare la filiazione non indica soltanto da chi il bimbo sarà allevato, con chi avrà delle relazioni affettive, chi sarà il suo adulto “di riferimento”; è soprattutto permettere al bimbo di situarsi nella catena delle generazioni. Da millenni il sistema sul quale è fondata la nostra società è una genealogia a doppia linea, quella del padre e della madre. La perennità di questo sistema garantisce ad ogni individuo di trovare il proprio posto nel mondo in cui vive, poiché sa da dove viene. Un esercizio corrente, fin dalla prima elementare, è anche chiedere al bambino di ricostruire il suo albero genealogico perché, grazie a questo esercizio, il bimbo si situa in rapporto a suo padre ed a sua madre, e pure in rapporto alla società.

Oggi, il rischio di confondere la catena delle generazioni è immenso ed irreversibile. Allo stesso modo in cui noi non possiamo distruggere le fondamenta di una casa senza che crolli, non si può rinunciare ai fondamenti della nostra società senza metterla in pericolo.

L’omogenitorialità non è la genitorialità. Il termine “omogenitorialità” è stato inventato per ovviare all’impossibilità per le persone omosessuali di essere genitori. Questa parola nuova, forgiata per instaurare il principio di una coppia genitoriale omosessuale e promuovere la possibilità giuridica di dare ad un bimbo due “genitori” del medesimo sesso, è una finzione. Infatti, non è mai stata la sessualità degli individui a fondare il matrimonio o la genitorialità, ma innanzitutto il sesso, ovvero la distinzione antropologica degli uomini e delle donne.

Così, trascurando la distinzione uomini-donne, e mettendo in risalto la distinzione eterosessuali-omosessuali, le persone omosessuali rivendicano non la “parenté” (la paternità o la maternità), che implica il legame biologico che unisce il bambino (con un genere) ai suoi due genitori legali (o biologici) ma la “parentalité”, che riduce il ruolo del “genitore” all’esercizio delle funzioni educative. Ma, anche nel caso dei bambini adottati, non si tratta solo di educare, ma anche di ricreare una filiazione. Occorre quindi riaffermare qui con forza che essere padre o madre non è solo un riferimento affettivo, culturale o sociale. Il termine “genitore” non è neutro: è sessuato. Accettare il termine “omogenitorialità” significa omettere dalla parola “genitore” la nozione corporea, biologica, carnale che estrinseca.
Ho citato questo lungo brano perché tagliarlo a pezzettini non lo avrebbe reso più leggibile. Cominciamo dal problema della genealogia: so che i rabbini ne sono ossessionati, tanto è vero che di un famoso rabbino si dice sempre non solo quello che ha scritto e fatto, ma anche da quali altri illustri rabbini discende; i libri di genealogie rabbiniche sono avvincenti come quelli di genealogie nobiliari, ed anche di più, visto che ci sono casati di rabbini dispersi nei cinque continenti, ed anche in Italia ci sono rabbini che vantano di discendere dai prigionieri che Tito portò a Roma per il suo trionfo dopo aver espugnato Gerusalemme nel 70 dell’Era Volgare.

In altri contesti, non è così: una legge italiana del 1957 ha vietato di indicare paternità e maternità nei documenti e negli atti pubblici, in quanto nome, luogo e data di nascita sono ritenuti sufficienti ad identificare una persona; la Costituzione italiana ha abolito i titoli nobiliari, ed a scuola non si chiede di ricostruire l’albero genealogico. L’opinione prevalente è che ogni persona debba affermarsi grazie alle proprie doti ed ai propri meriti, non grazie al proprio retaggio; se la famiglia aiuta un proprio membro grazie alle proprie relazioni ed alla propria influenza, questo viene disapprovato (anche se molto praticato).

Quindi, possiamo dire che l’avere una genealogia a doppia catena è assai meno importante per noi di quanto lo sia per rav Bernheim; egli dice che adottare non vuol dire solo educare, ma anche dotare di una filiazione; però non si capisce perché due genitori del medesimo sesso non possano agganciare il proprio figlio alla propria genealogia, e fare dei propri fratelli i suoi zii, e dei propri genitori i suoi nonni.

A questo punto egli interviene dicendo che il genitore deve essere per forza sessuato; viene voglia di ribattere che “omosessuale” non vuol dire “cappone”, ma egli intende dire che il bimbo deve constatare la differenza tra il sesso maschile e quello femminile nei propri genitori. Sinceramente, a che pro?

La maggior parte dei genitori evita di mostrare ai figli le proprie differenze anatomiche (anche se in qualche modo deve informarli che esistono e sono importanti, nonché divertenti per il 96% delle persone), e dobbiamo pensare che la differenza sessuale non sia una questione di anatomia, bensì di ruoli e comportamenti.

Non credo di dover ricordare a rav Bernheim questo brano biblico, Numeri 11:12, che cito dalla Nuova Riveduta:
L'ho forse concepito io tutto questo popolo? O l'ho forse messo al mondo io perché tu mi dica: Pòrtatelo in grembo, come la balia porta il bambino lattante, fino al paese che tu hai promesso con giuramento ai suoi padri?
Se nella Bibbia Mosé si lamenta di essere costretto a fare da balia al popolo d’Israele, il grande filosofo ebreo Emmanuel Lévinas (1905-1995) approfitta dell’episodio per parlare della “maternità” di Mosè [7a].

Lévinas non è un filosofo facile, e consiglio a chi vuole approfondire di cominciare leggendo i link [7a, 7b, 7c, 7d, 7e]; ma è ovvio che lui parla di una condizione che non è semplicemente corporea: la “maternità” per Lévinas è il paradigma della responsabilità etica: la madre porta in sé un altro essere, se ne prende cura finché è in lei, senza assimilarlo, senza pretendere di renderlo uguale a sé – come è accaduto al sempre stressato e spesso disperato Mosé.

In questo senso, chiunque può essere “materno”, anzi, Lévinas dice che questa è una condizione “pre-originaria”, che ogni persona ha necessariamente, e non ha bisogno di impararla da una madre “empirica” a preferenza di una qualsiasi altra persona.

Si può aggiungere che per l’ebraismo Dio è maschio, ma in ebraico “misericordia” si dice “rachamim”, parola con la medesima radice di “rechem = utero” – eppure a chiamare Dio “Av ha-Rachamim = Padre della Misericordia” lo si loda, non lo si bestemmia (tanto è vero che quella locuzione è l'incipit di una bella preghiera per i defunti di cui si trovano innumerevoli versioni in YouTube); per completezza aggiungo che in arabo Allah è “Ar-Rachman Ar-Rachim = Clemente Misericordioso”, proprio per lo stesso motivo etimologico.

Lévinas ha la sua concezione della differenza sessuale, che gli attirò le feroci critiche di Simone De Beauvoir, ma nella versione più tarda del suo pensiero diventa evidente che per lui la “femminilità” indica la capacità di accogliere ed ospitare – e non è esclusiva delle donne “empiriche”: chiunque ha in sé la caratteristica “pre-originaria” della femminilità.

Insistere che i genitori di un bambino devono avere un corpo maschile ed un corpo femminile non ha quindi molto senso: chiunque può agire questi ruoli, a seconda dei casi; quello che inoltre temo è che tanta insistenza sulla mascolinità e femminilità corporea celi la nostalgia per dei ruoli genitoriali rigidamente differenziati, aldilà di quello che è raccomandabile.

Faccio un esempio – può non piacervi, ma io conosco meglio la psichiatria della pedagogia, e non mi è venuto in mente niente di meglio: moltissime coppie genitoriali giocano al “genitore severo – genitore indulgente”, e di solito il padre è burbero e severo, mentre la madre accogliente ed indulgente.

Nella maggior parte dei casi, avverte il famoso psichiatra John Gunderson, questo gioco è perlomeno innocuo; ma ci sono dei bambini, che rischiano di diventare adulti disturbati, per i quali questa divisione dei ruoli può essere assai deleteria per la loro salute mentale, e consiglia ai genitori che si accorgono di questo, di adottare un comportamento più omogeneo.

Non è che i genitori in questa situazione dovranno produrre un certificato medico che dimostri perché loro non possono giocare a fare il padre stereotipico e la madre stereotipica? Non sarebbe meglio lasciare ai genitori la flessibilità che ci vuole per meglio rapportarsi al proprio figlio, intervenendo solo in caso di negligenza od abuso?

In un caso rav Bernheim non ha capito la posta in gioco e credo che abbia segnato un simpatico autogol: ha inteso l’argomento delle centinaia di migliaia di bimbi allevati da coppie omogenitoriali solo come un appello a regolarizzare la situazione di quelle coppie consentendo loro di sposarsi; la sua risposta è stata quella di procedere invece sulla falsariga di una sentenza della Corte di Cassazione francese del 2006.

Ma lasciamo parlare il rabbino – è una lettura edificante:
La compagne homosexuelle peut déjà partager l’exercice de l’autorité parentale avec la mère. Laquestion de savoir si ce partage de l’autorité parentale avec un tiers peut s’opérer au sein d’un couple homosexuel a déjà été posée à la Cour de cassation, la quelle a accepté que l’autorité parentale puisse être partagée entre la mère et la compagne homosexuelle de celle-ci (Cour de cassation, 24 février 2006). Dans son arrêt, la première chambre civile de la Cour de Cassation affirme que le Code civil «ne s’oppose pas à ce qu’une mère seule titulaire de l’autorité parentale en délègue tout ou partie de l’exercice à la femme avec laquelle elle vit en union stable et continue, dès lors que les circonstances l’exigent et que la mesure est conforme à l’intérêt supérieur de l’enfant». «Il est ainsi jugé que l’intérêt supérieur des enfants peut justifier, en pareilles circonstances, que l’autorité parentale soit partagée entre une mère et sa compagne », a expliqué la Cour de cassation.

Il n’est pas nécessaire d’ajouter encore à la loi. Le droit français est suffisamment riche pour répondre aux situations des familles recomposées actuelles, y compris les «familles» homoparentales. Au lieu d’ajouter encore au dispositif légal, ne faut-il pas simplement chercher à mieux faire connaître ce qui existe déjà et qui répond aux situations existantes? Mieux informer sur ce dispositif permettrait de l’utiliser pleinement et de trouver aussi des solutions souples, sur mesure, pour permettre au «beau-parent» ou à un autre tiers d’être associé à l’exercice de l’autorité parentale à l’égard de l’enfant, si cela s’avère nécessaire et conforme à l’intérêt de cet enfant.
Ovvero (spero che vi divertiate a leggere come io mi sono divertito a tradurre):
La compagna omosessuale può già condividere l’esercizio della potestà genitoriale con la madre. La questione di sapere se questa condivisione della potestà genitoriale con un terzo può operare all’interno di una coppia omosessuale è stata già posta alla Corte di Cassazione, la quale ha accettato che la potestà genitoriale possa essere condivisa tra la madre e la compagna omosessuale di costei (Corte di Cassazione, 24 Febbraio 2006). Nel suo dispositivo, la Prima Camera Civile della Corte di Cassazione afferma che il Codice Civile “non vieta che una madre sola titolare della potestà genitoriale ne deleghi l’esercizio in tutto od in parte alla donna con cui ella vive in un’unione stabile e continua, in quanto richiesto dalle circostanze, e se la misura è conforme all’interesse superiore del bambino (…) Si giudica inoltre che l’interesse superiore del bambino può giustificare, in circostanze analoghe, che la potestà genitoriale sia condivisa tra una madre e la sua compagna”, ha spiegato la Corte di Cassazione.

Non è necessario aggiungere alcunché alla legge. Il diritto francese è abbastanza ricco per rispondere alle situazioni delle attuali famiglie ricomposte, comprese le “famiglie” omogenitoriali. Anziché modificare ancora la legge, non sarebbe semplicemente il caso di cercare di far meglio conoscere ciò che esiste già e che risponde alle situazioni esistenti? Informare meglio su questo dispositivo permetterebbe di usarlo appieno e di trovare inoltre delle soluzioni delicate, su misura, per permettere al “genitore bonus” o ad un altro terzo di essere associato all’esercizio della potestà genitoriale verso il bimbo, se questo sarà necessario e conforme all’interesse di questo bambino.
Quello che mi ha divertito è che, anche se il rabbino (e la Corte) hanno prudentemente parlato di “autorité parentale = potestà genitoriale”, è anche vero che, se la corte ha giustamente in mente l'"l’intérêt supérieur de l’enfant = interesse superiore del bambino", deve concedere la potestà genitoriale sul figlio altrui (e vi garantisco per esperienza che è più difficile fare il genitore dei figli altrui che dei propri) solo a chi si dimostra in grado di esserne un valido genitore – tant’è vero che il Codice Civile italiano (Articolo 330, primo comma) sancisce, anche a proposito dei genitori biologici, che:
Il giudice può pronunziare la decadenza della potestà quando il genitore viola o trascura i doveri ad essa inerenti o abusa dei relativi poteri con grave pregiudizio del figlio.
Come vedete, rav Bernheim non ha obiezioni a che un giudice attribuisca la potestà genitoriale a due donne che vivono una relazione lesbica (anzi, incoraggia tutte le coppie omosessuali ed omogenitoriali a ricorrere al giudice per questo!) – ma allora smentisce implicitamente tutto quello che ha scritto prima sull’inidoneità delle coppie omosessuali alla genitorialità. Il problema vero per lui non è che un bambino sia allevato da una coppia lesbica o gay – il problema è che questa coppia vuole sposarsi.

Mi pare inutile a questo punto affrontare il modo in cui cerca di negare alle coppie omosessuali il diritto ad adottare: se a lui va bene che una coppia lesbica o gay allevi il figlio di uno di loro, perché non può allevare il figlio di un terzo?

E perché una coppia omosessuale non può ricorrere alla procreazione medicalmente assistita, come le coppie eterosessuali, se è idonea come loro ad esercitare la potestà genitoriale e tutto il ruolo genitoriale?

La seconda parte dell’articolo è un attacco alle teorie di genere ed alle teorie queer; risponderò in un'altra occasione, anche se invito già i lettori a fare attenzione a come rav Bernheim riassume queste teorie.

Raffaele Ladu
Dottore in Psicologia Generale e Sperimentale

Aggiornamento dell'11 Febbraio 2013 - 29 Tevet 5763

Inserisco qui quattro link, [5e] ed [8a, 8b, 8c].

[5e] è un articolo del filosofo ebreo (ma non so quanto osservante) Bernard-Henry Lévy, che sulle colonne del Corriere della Sera ribatte con molta più energia di Tobia Zevi (autore di [5b]) all'omofobia di molti suoi correligionari.

I link [8a, 8b, 8c] illustrano una sentenza della Prima Sezione Civile della Corte di Cassazione italiana, emessa oggi, secondo cui un bambino può crescere bene anche in una famiglia omosessuale, e che chi vuole contestare l'affidamento del bimbo ad una coppia omosessuale deve dimostrare l'effettiva dannosità di quella famiglia, e non pensare che i giudici siano d'accordo che le famiglie omosessuali siano dannose per sé.

Questa sentenza parifica le famiglie omosessuali con quelle eterosessuali, e concorda con la sentenza della Corte di Cassazione francese citata ed approvata da rav Bernheim; penso perciò che il nostro rabbino approverà anche questa sentenza, ma ciò evidenzia ulteriormente la contraddizione tra le sue argomentazioni di sapore metafisico sull'inidoneità delle coppie omosessuali all'essere genitrici, la constatazione che in realtà sono pari a quelle etero, ed il fatto che lui si dichiara contento di sentenze siffatte.

L'articolo di rav Bernheim è stato applaudito dagli omofobi di un intero continente, ma in realtà nuoce gravemente alla loro causa. Todah rabah, rabi = Molte grazie, mio maestro!

Aggiornamento dell'13 Aprile 2013 - 3 Iyyar 5763

L'articolo [9a] commenta lo scandalo che ha costretto alle dimissioni rav Gilles Bernheim, in quanto si è vantato di un titolo accademico mai conseguito, ed ha plagiato opere altrui anche nel redigere lo scritto a cui ho risposto, riportando una dichiarazione con cui Padre Franco Lombardi, portavoce della Santa Sede,  ribadisce l'apprezzamento del Vaticano per le opinioni dell'ormai ex Gran Rabbino di Francia.

Nel farlo, Padre Lombardi dimentica una cosa fondamentale: le interpretazioni omofobe della Bibbia da parte della Chiesa cattolica sono sempre più contestate, con ottimi argomenti non solo sistematici, ma anche filologici; pertanto, trovare un Gran Rabbino che era pronto a confermarle era per la Santa Sede la conferma della propria inerranza.

Ma se le idee espresse da rav Bernheim erano il plagio di ciò che aveva scritto un prete cattolico, allora non sono più la conferma da fonte indipendente della correttezza dell'interpretazione cattolica delle Scritture – anzi, sono la conferma da fonte indipendente di quello che si intende leggendo il libro [9b], ovvero che l'omofobia, intesa come avversione non soltanto agli atti omosessuali, ma anche alle persone omosessuali, è presente nel mondo ebraico a causa di quella che negli studi postcoloniali viene chimata “mimcry = imitazione servile” del cristianesimo – tanto è vero che nel Talmud si narrano diversi esempi di quello che ai nostri occhi pare “omoerotismo”, ma non ha mai turbato alcun “talmid chacham = allievo di un saggio”, ovvero studente di scuola rabbinica.

Ho detto che ho sbagliato a prendere sul serio rav Bernheim. Col senno di poi, diverse cose avrebbero dovuto insospettirmi:
  1. Raramente un papa regnante si sogna di citare un rabbino vivente – non per partito preso, ma perché le idee di vescovi e rabbini sono scarsamente compatibili; se le idee di un rabbino vengono ritenute degne di menzione da un papa, uno deve chiedersi da dove le ha prese.
  2. Nella mia risposta a rav Bernheim avevo avuto gioco facile a citare la “maternità di Mosé”, ovvero l'interpretazione che Emmanuel Lévinas aveva dato di Numeri 11:12; ed avrei potuto citare anche Martin Buber, altro grande filosofo ebreo del 20° Secolo, che diceva che anche un mucchio di pietre possono essere l'Altro da incontrare, il Tu con cui l'Io deve entrare in relazione; se aggiungiamo che tra i più noti esponenti delle teorie queer ci sono delle ebree come Judith Butler ed Eve Kosofsky Sedgwick, avrei dovuto chiedermi come mai un rabbino si esponeva tanto a dare un'interpretazione metafisica di Genesi 1:27 quando la filosofia ebraica contemporanea ha bellamente ignorato o smentito quel passo biblico.
  3. Non sono un esperto della Bibbia o della letteratura rabbinica, ma avrei dovuto rendermi conto che l'interpretazione che rav Bernheim dava della differenza sessuale, ovvero che il suo scopo era insegnare all'uomo il senso del limite e temperarne la superbia, era più greca che ebraica – ovvero una rilettura del Simposio di Platone, non della Scrittura o del Talmud o del Midrash (ed infatti, cosa strana in uno scritto rabbinico, non ci sono citazioni dalla letteratura rabbinica, ma solo dalla Bibbia).
  4. La contraddizione tra le argomentazioni metafisiche a sostegno dell'essenziale differenza tra il maschio e la femmina, che impedirebbe ad una coppia omogenitoriale di ben educare i figli, e l'approvazione che si trova nel medesimo scritto della possibilità che il partner omosessuale di un genitore biologico possa condividere (grazie alla legge francese) la potestà genitoriale con lui/lei era tanto mostruosa che mi sarei dovuto rendere conto che si trattava di brani scritti da persone diverse e mal coordinati.
Sinceramente, mi sento molto deluso. Mi sento come uno scacchista convinto di aver sconfitto un Grande Maestro e che invece ha sconfitto soltanto un principiante che non sa distinguere l'arrocco lungo da quello corto – e perciò da questa vittoria ha guadagnato così pochi punti ELO che pensa che non valesse la pena accettare la sfida.

Bibliografia